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Raid terrestri israeliani a Deir el-Balah: Gaza stretta nella morsa della carestia e del collasso umanitario

Il conflitto nella Striscia di Gaza raggiunge un nuovo livello di devastazione. Le forze israeliane hanno lanciato una vasta offensiva di terra contro Deir el-Balah, nel centro della Striscia, colpendo una delle ultime zone fino ad oggi relativamente risparmiate dai combattimenti più intensi. L’operazione, avviata nella giornata del 21 luglio, si inserisce in un quadro militare già segnato da attacchi aerei e operazioni di terra lungo l’intero territorio palestinese, mentre le condizioni di vita della popolazione civile continuano a peggiorare rapidamente.


Deir el-Balah rappresentava uno degli ultimi rifugi per decine di migliaia di sfollati interni provenienti da nord e sud della Striscia. L’offensiva ha visto il dispiegamento di carri armati, fanteria meccanizzata e bombardamenti mirati su quartieri residenziali. Le truppe israeliane hanno fatto ingresso nella città dal versante orientale e meridionale, precedute da ordini di evacuazione e da una pioggia di volantini lanciati per esortare la popolazione ad abbandonare le abitazioni. Secondo fonti palestinesi, molti civili non hanno potuto lasciare l’area a causa della carenza di mezzi di trasporto e della totale assenza di vie sicure di fuga.


I raid hanno colpito anche strutture civili e sanitarie. Sono stati segnalati danni a edifici dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che aveva impiantato centri mobili di assistenza e stoccaggio medicinali a Deir el-Balah. Attacchi simili hanno compromesso anche parte della rete idrica e dei magazzini alimentari gestiti da agenzie internazionali. Le autorità locali parlano di almeno otto morti accertati nella fase iniziale dell’operazione, inclusi donne e bambini, mentre centinaia di feriti si trovano in strutture sanitarie al collasso, prive di farmaci e risorse essenziali.


Il contesto in cui avviene questa nuova fase del conflitto è segnato da un’emergenza umanitaria senza precedenti. Secondo dati diffusi da UNRWA e World Food Programme, più dell’80% della popolazione di Gaza soffre di grave insicurezza alimentare. Le condizioni di accesso a cibo, acqua potabile e assistenza medica sono ulteriormente peggiorate dopo l’interruzione dei corridoi umanitari e la chiusura dei valichi di confine, a seguito dell’intensificarsi delle operazioni militari. Il Programma Alimentare Mondiale ha dichiarato che la Striscia è tecnicamente in stato di carestia, in particolare nelle aree del nord, ma gli ultimi sviluppi fanno temere un’estensione dell’emergenza anche al centro e al sud.


Le immagini provenienti da Deir el-Balah mostrano una città già piegata dalla crisi, con file interminabili di sfollati accampati tra le macerie e senza accesso ai beni di prima necessità. I mercati locali sono praticamente svuotati, e le poche derrate alimentari rimaste hanno raggiunto prezzi proibitivi. L’acqua pulita è diventata un bene raro, e interi quartieri vivono grazie a cisterne improvvisate o acqua piovana. Le strutture scolastiche, spesso utilizzate come rifugi d’emergenza, sono sovraffollate e prive di servizi igienici funzionanti.


La strategia israeliana si è concentrata nel dichiarato intento di smantellare le ultime sacche operative di Hamas presenti nella zona centrale. Fonti militari di Tel Aviv hanno riferito di aver neutralizzato diverse postazioni di lancio e depositi di armi, sottolineando che l’obiettivo delle operazioni è “colpire in modo chirurgico la struttura militare” dell’organizzazione. Tuttavia, il crescente numero di vittime civili e la distruzione sistematica di infrastrutture civili continuano ad alimentare le critiche della comunità internazionale e delle organizzazioni umanitarie.


Sul fronte diplomatico, si moltiplicano gli appelli per un cessate il fuoco immediato. Il segretario generale delle Nazioni Unite ha lanciato un nuovo monito, sottolineando che le condizioni della popolazione di Gaza sono ormai “al limite della sopravvivenza”. La Commissione europea ha chiesto la riapertura urgente dei canali umanitari, invitando Israele a garantire il rispetto del diritto internazionale e a facilitare l’accesso degli aiuti. Anche l’Egitto ha espresso preoccupazione per la destabilizzazione crescente ai propri confini e ha chiesto alle parti un ritorno al negoziato.


Mentre le operazioni su Deir el-Balah proseguono, le agenzie delle Nazioni Unite segnalano un aumento dei casi di malnutrizione acuta tra i bambini sotto i cinque anni. Le strutture mediche ancora attive nella Striscia, come l’ospedale Al Aqsa, non riescono più a gestire l’afflusso di feriti e malati. Le scorte di carburante per generatori e ambulanze sono al minimo, e il personale sanitario lavora in condizioni di emergenza continua. In molti casi, i medici sono costretti a scegliere chi curare e chi lasciare senza assistenza.


Il deterioramento delle condizioni umanitarie ha portato anche a una nuova ondata di proteste nei territori della Cisgiordania e in diverse capitali arabe. Manifestazioni di piazza si sono svolte a Ramallah, Beirut e Amman, con richieste di intervento immediato da parte della comunità internazionale. Nel frattempo, il Qatar e la Turchia hanno avviato una nuova mediazione per ripristinare le condizioni minime per una tregua temporanea, ma al momento non si registrano segnali di apertura da parte del governo israeliano.


Il rischio concreto è che il conflitto possa trasformarsi in una crisi protratta e sistemica, con effetti devastanti non solo sul piano umanitario ma anche sulla stabilità dell’intera regione. La totale assenza di vie di fuga sicure e la mancanza di un piano condiviso per la gestione degli sfollati aggravano una situazione che è ormai oltre la soglia dell’emergenza. Gaza si trova oggi stretta in una morsa che combina conflitto, carestia e collasso sociale, mentre il mondo osserva con crescente impotenza l’evolversi di una tragedia annunciata.

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