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Putin apre alla via diplomatica sul conflitto ucraino: segnali di svolta o strategia tattica

Nel pieno del terzo anno di guerra in Ucraina, il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato la disponibilità della Federazione Russa a cercare una soluzione politica e diplomatica al conflitto, durante un colloquio telefonico con Narendra Modi, primo ministro indiano, nel contesto di un confronto bilaterale a margine della presidenza indiana dei BRICS. L’apertura verbale di Putin rappresenta un segnale rilevante in una fase di stagnazione militare sul fronte orientale e meridionale, e arriva in concomitanza con una crescente pressione diplomatica da parte di vari attori internazionali, tra cui India, Cina, Sudafrica e Turchia.


Secondo quanto riportato dal Cremlino, il presidente russo avrebbe espresso “apprezzamento per gli sforzi costruttivi dell’India nel promuovere un dialogo equilibrato” e avrebbe confermato che “la Russia resta impegnata nella ricerca di una soluzione politica e diplomatica del conflitto ucraino”. Una posizione non nuova nelle dichiarazioni ufficiali di Mosca, ma che assume un peso diverso in un momento in cui la guerra si è trasformata in una logorante sfida di posizione, con le truppe russe ferme nella regione del Donetsk e quelle ucraine impegnate nella difesa a Kharkiv e Zaporizhzhia. La visita di Modi a Mosca, avvenuta solo pochi giorni prima, aveva suscitato critiche da parte dei governi occidentali, che vedono nell’India un potenziale mediatore ma anche un partner commerciale chiave per la Russia, soprattutto sul fronte energetico.


Il dialogo tra Putin e Modi si è svolto in un clima di consolidata cooperazione economica tra Mosca e Nuova Delhi, ma ha affrontato anche questioni relative alla sicurezza e alla stabilità globale. L’India, da sempre prudente nelle sue posizioni ufficiali sul conflitto ucraino, ha più volte evitato di condannare apertamente l’aggressione russa, proponendosi invece come ponte tra Oriente e Occidente. L’apertura del Cremlino a una soluzione diplomatica del conflitto potrebbe dunque rispondere anche all’esigenza di mantenere attivi quei canali politici alternativi all’asse euroatlantico, sempre più critico nei confronti di Mosca e compatto nell’invio di aiuti militari a Kiev.


In parallelo alle parole di Putin, il contesto sul campo resta critico. Le forze russe, pur detenendo il controllo di ampie aree nel Donbass e lungo il corridoio costiero del Mar d’Azov, non sono riuscite a conseguire avanzamenti significativi nei mesi estivi. La controffensiva ucraina del 2023, pur senza sfondamenti decisivi, ha logorato le linee difensive russe. L’arrivo di nuovi armamenti occidentali, come i missili a lungo raggio ATACMS e i sistemi di difesa antiaerea Patriot, ha migliorato la capacità di resistenza dell’esercito di Kiev. D’altro canto, Mosca ha intensificato gli attacchi con droni e missili contro infrastrutture energetiche e obiettivi civili, nel tentativo di piegare la resilienza della popolazione ucraina, strategia che ha però rafforzato l’isolamento internazionale della Russia, soprattutto in Europa.


Il riferimento di Putin a una possibile soluzione politica potrebbe essere interpretato come un segnale di debolezza, o più probabilmente come una mossa tattica utile a guadagnare tempo e riorganizzare le forze. In passato, il Cremlino ha più volte evocato la disponibilità al dialogo, pur ponendo come condizione preliminare il riconoscimento dell’annessione della Crimea e delle quattro regioni ucraine dichiarate parte della Federazione nel settembre 2022: Luhansk, Donetsk, Zaporizhzhia e Kherson. Queste condizioni sono sempre state ritenute inaccettabili da Kiev, che continua a chiedere il ritiro completo delle truppe russe come prerequisito per qualsiasi negoziato. Anche gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno più volte sottolineato che ogni processo negoziale dovrà rispettare l’integrità territoriale dell’Ucraina secondo i confini internazionalmente riconosciuti.


Le dichiarazioni di Putin si inseriscono inoltre in un momento di fermento internazionale sul dossier Ucraina. Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha annunciato l’intenzione di ospitare un nuovo round negoziale a Istanbul nei prossimi mesi, mentre la Svizzera e la Cina si sono dette disponibili a promuovere colloqui multilaterali sotto l’egida delle Nazioni Unite. Allo stesso tempo, Kiev guarda con attenzione alle elezioni presidenziali statunitensi del 2024, che potrebbero modificare profondamente il sostegno militare e finanziario garantito finora dall’amministrazione Biden. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky continua a ribadire che non vi potrà essere alcuna pace duratura senza giustizia e senza un pieno ripristino della sovranità ucraina su tutti i territori occupati.


La posizione russa rimane tuttavia ambigua. Mentre da un lato il Cremlino si dice disponibile a trattare, dall’altro continua a investire in un’economia di guerra, aumentando la spesa militare e mobilitando risorse industriali, tecnologiche e umane per sostenere il conflitto a lungo termine. Le esercitazioni congiunte con la Bielorussia, il rafforzamento delle relazioni strategiche con l’Iran e la Corea del Nord e la ricerca di nuovi partner commerciali in Africa e America Latina indicano la volontà di costruire un blocco alternativo al modello occidentale. In questo quadro, le aperture diplomatiche potrebbero avere l’obiettivo di alleggerire le pressioni internazionali senza rinunciare ai principali obiettivi territoriali e politici della guerra.


Resta da vedere se le parole di Putin troveranno un seguito concreto, o se si tratta dell’ennesima manovra tattica destinata a rafforzare la posizione russa sul fronte interno e internazionale. La popolazione russa, pur sottoposta a una forte propaganda, comincia a manifestare segni di stanchezza, mentre l’economia nazionale, pur resiliente grazie all’export energetico verso l’Asia, risente delle sanzioni e dell’isolamento finanziario. In Ucraina, la popolazione civile continua a vivere sotto la minaccia costante di bombardamenti, con milioni di sfollati interni e una crisi umanitaria che non accenna a fermarsi. L’apertura al dialogo è, per ora, soltanto verbale. Ma il contesto geopolitico in mutamento potrebbe costringere entrambe le parti a considerare soluzioni oggi impensabili.

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