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Putin apre a un incontro con Zelensky, ma solo al termine dei negoziati: il Cremlino non riconosce la legittimità del presidente ucraino

Il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato la propria disponibilità a incontrare Volodymyr Zelensky, ma soltanto al termine di un processo negoziale già definito e formalizzato tra le parti. Durante il Forum economico di San Pietroburgo, il leader del Cremlino ha risposto a una domanda diretta sul possibile dialogo con il presidente ucraino, affermando di essere pronto a partecipare a colloqui diretti solo quando tutto sarà stato concordato dai rispettivi team negoziali. Per Putin, l’incontro con Zelensky potrebbe avvenire, ma come sigillo conclusivo e non come strumento per negoziare punti ancora aperti.


Secondo quanto riferito da Putin, i rappresentanti dei due paesi potrebbero portare avanti le trattative per giungere a un accordo definitivo, ma l’incontro al vertice tra capi di Stato avrebbe senso solo dopo la chiusura dei principali nodi politici, militari e territoriali. In questo scenario, la Russia esclude di fatto che Zelensky possa essere un interlocutore legittimo e valido per una firma ufficiale, poiché, secondo il Cremlino, il suo mandato presidenziale sarebbe scaduto nel maggio 2024 e non sarebbe stato rinnovato a causa della mancata convocazione delle elezioni sotto legge marziale.


Putin ha esplicitamente sollevato dubbi sulla legittimità di Zelensky come presidente, sostenendo che non sia chiaro chi, a quel punto, firmerà gli eventuali accordi. La posizione russa si basa sull’assunto che la proroga del mandato presidenziale, garantita dalle norme costituzionali ucraine in stato di guerra, non sia sufficiente per assicurare la piena legittimità politica e internazionale di Zelensky come capo dello Stato.


Questa dichiarazione arriva a pochi giorni dalla conferenza sulla pace in Ucraina tenutasi in Svizzera, alla quale la Russia non ha partecipato. Mosca ha bollato l’evento come una piattaforma politica unilaterale, accusando l’Occidente di voler imporre una pace che non tenga conto degli interessi e delle condizioni poste dalla Federazione Russa. In quell’occasione, Putin aveva già avanzato un documento contenente condizioni precise: il ritiro delle truppe ucraine dalle regioni di Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia, Kherson e Crimea; la rinuncia formale all’ingresso nella NATO; la neutralità militare e il riconoscimento della sovranità russa sui territori occupati. In cambio, Mosca si sarebbe impegnata a cessare il fuoco e avviare un processo negoziale formale.


Le parole di Putin segnano quindi una nuova fase della strategia russa: non più il rifiuto assoluto della diplomazia, ma un’apertura rigidamente condizionata. L’incontro con Zelensky, secondo il Cremlino, non potrà mai essere un punto di partenza, ma solo un atto conclusivo. Un modo per mostrare all’opinione pubblica internazionale una facciata di disponibilità, senza però cedere nulla sul piano militare o territoriale. L’obiettivo resta quello di ottenere sul campo una posizione di forza, per poi costringere l’Ucraina ad accettare le condizioni russe come unica base negoziale.


Da Kiev, la risposta non si è fatta attendere. Fonti del governo ucraino hanno respinto l’idea che Zelensky non sia più legittimato a governare, ricordando che la Costituzione consente la proroga automatica del mandato in caso di legge marziale, come attualmente in vigore. Lo stesso Zelensky ha dichiarato in più occasioni che il rinnovo democratico delle cariche sarà possibile solo al termine della guerra. Il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba ha definito le parole di Putin “una provocazione diplomatica” e ha ribadito che qualsiasi processo di pace deve partire dal rispetto dell’integrità territoriale dell’Ucraina.


A livello internazionale, l’apertura condizionata di Putin ha diviso le reazioni. Alcuni osservatori hanno colto nel cambiamento di tono un possibile spiraglio per una trattativa reale, mentre altri hanno letto l’intervento come una manovra propagandistica utile a dare alla Russia un’immagine più moderata di fronte all’isolamento diplomatico crescente. Il presidente francese Emmanuel Macron ha definito la posizione del Cremlino “non credibile” finché non si tradurrà in atti concreti sul terreno. La Casa Bianca ha ribadito il pieno sostegno a Zelensky, considerandolo l’unico interlocutore legittimo dell’Ucraina.


Nel frattempo, sul fronte bellico continuano le operazioni militari russe nelle regioni orientali e meridionali dell’Ucraina. Il Ministero della Difesa russo ha annunciato nuove avanzate nell’oblast di Donetsk, ma le forze ucraine continuano a resistere, sostenute dagli aiuti militari forniti da Stati Uniti e Unione Europea. Secondo analisi indipendenti, la situazione sul campo resta statica in molte aree, con un fronte segnato da lente progressioni, bombardamenti continui e ingenti perdite da entrambe le parti.


L’iniziativa di Putin si inserisce anche in un contesto economico e geopolitico particolare. Il Forum di San Pietroburgo, che negli anni precedenti rappresentava una vetrina dell’integrazione russa nei mercati globali, è stato fortemente ridimensionato dall’impatto delle sanzioni internazionali. La presenza di delegazioni straniere è limitata, e la diplomazia russa sta cercando nuove sponde strategiche in Asia, America Latina e Africa. La narrazione dell’“apertura alla pace” serve a rafforzare i legami con quei paesi che, pur non sostenendo apertamente la guerra, non hanno aderito al fronte delle sanzioni.


Putin ha anche tentato di spostare l’attenzione sulle responsabilità occidentali, accusando Stati Uniti e NATO di voler trascinare il conflitto a oltranza, impedendo la nascita di un vero dialogo. Secondo il presidente russo, i paesi occidentali non sarebbero interessati alla fine della guerra, ma userebbero l’Ucraina come strumento per logorare militarmente e politicamente la Russia. Un argomento già noto nella retorica del Cremlino, che continua a presentare l’invasione del 2022 come un’azione preventiva per difendere la sicurezza nazionale russa.


Con queste dichiarazioni, il Cremlino mira a rilanciare la propria narrativa diplomatica, nel tentativo di presentare la Russia come parte razionale e negoziale del conflitto, spostando sull’Ucraina e sui suoi alleati la responsabilità del prolungamento della guerra. Tuttavia, le condizioni poste restano inaccettabili per Kiev e per la comunità internazionale, che continua a chiedere il ritiro russo dai territori occupati e il rispetto del diritto internazionale come basi imprescindibili per qualsiasi accordo.

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