Prezzi dell’energia e competitività: perché le imprese italiane temono il divario con la Germania
- piscitellidaniel
- 18 nov 2025
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La questione energetica torna al centro delle preoccupazioni delle imprese italiane, che osservano con crescente inquietudine la distanza tra i prezzi pagati dalle aziende nazionali e quelli calmierati riconosciuti alle imprese tedesche. Il tema non è nuovo, ma negli ultimi mesi si è intensificato a causa della crescente pressione competitiva sui mercati internazionali, della domanda debole in vari settori industriali e dell’aumento dei costi che colpisce in misura più rilevante il sistema produttivo italiano rispetto ai principali partner europei. Le associazioni imprenditoriali segnalano come la forbice tra il costo dell’energia nei due Paesi stia diventando un fattore strutturale e non più temporaneo, generando distorsioni significative soprattutto nei comparti energivori e nelle filiere integrate che competono su scala globale.
Il modello tedesco prevede strumenti di calmieramento estesi a larga parte dell’industria, con forme di compensazione economica e interventi strutturali rivolti agli energivori, agli esportatori e agli impianti altamente automatizzati. Le imprese tedesche possono contare inoltre su un mix energetico più diversificato, contratti di lungo termine e un sistema infrastrutturale maggiormente integrato, che consente una gestione più efficiente delle fluttuazioni dei prezzi. A ciò si aggiunge l’introduzione di meccanismi di sconto e supporto governativo che riducono l’impatto delle oscillazioni del mercato all’ingrosso. Questo quadro genera un effetto competitivo diretto: le imprese tedesche possono programmare investimenti, gestire la produzione e accettare ordinativi con margini meno compressi, mentre quelle italiane sono costrette a operare in un contesto più incerto e oneroso.
Le imprese italiane pagano l’energia, in media, a livelli superiori rispetto ai competitor tedeschi, e questo differenziale incide in modo decisivo sulla catena del valore nei settori chiave: siderurgia, ceramica, chimica, vetro, carta, fonderia, meccanica pesante. In questi comparti il costo dell’energia può arrivare a rappresentare una quota rilevante del prezzo finale, rendendo difficile competere quando i concorrenti europei dispongono di tariffe calmierate. Il sistema produttivo italiano soffre di una dipendenza più forte dal gas naturale, con minore disponibilità di contratti di approvvigionamento a lungo termine e una maggiore esposizione ai prezzi spot. Inoltre, la struttura della rete elettrica e dei costi di trasmissione e distribuzione continua a mostrare differenziali significativi rispetto al Nord Europa, senza considerare la maggiore frammentazione del tessuto produttivo nazionale.
La questione energetica è diventata anche una variabile determinante per gli investimenti industriali. Le imprese che pianificano ampliamenti, rinnovi impiantistici o nuove linee di produzione considerano il costo dell’energia un elemento centrale nella valutazione della convenienza a localizzare attività in Italia. Il rischio è che la differenza tra Italia e Germania non si traduca solo in perdita di competitività sui mercati, ma anche in una crescente difficoltà ad attrarre nuovi investimenti produttivi. Gli imprenditori lamentano che l’attuale situazione compromette la capacità di sostenere la trasformazione digitale, la decarbonizzazione e gli investimenti ad alta intensità di capitale, elementi indispensabili per garantire il posizionamento industriale nei prossimi decenni.
Sul piano operativo, le imprese italiane hanno dovuto adottare strategie di contenimento dei consumi, ottimizzazione dei turni di produzione e, in alcuni casi, sospensione temporanea di linee produttive quando i picchi dei prezzi energetici rendevano economicamente svantaggioso il mantenimento degli impianti in funzione. Queste scelte hanno però un costo: riduzione della capacità produttiva, difficoltà nella gestione dei rapporti commerciali, perdita di clienti esteri e tensione interna sulla gestione del personale. Le imprese più piccole, prive di leve finanziarie o contrattuali, risultano particolarmente vulnerabili.
La differenza tra Italia e Germania tocca anche il tema della transizione energetica. Le imprese tedesche possono beneficiare di incentivi diretti e indiretti che accompagnano il passaggio verso fonti rinnovabili, idrogeno verde e tecnologie per la riduzione delle emissioni. In Italia, sebbene siano presenti misure di sostegno, gli operatori industriali lamentano tempi più lunghi, burocrazia complessa e una minore capacità di pianificazione statale. La combinazione di costi elevati e incentivi più difficili da ottenere rallenta il ritmo degli investimenti industriali italiani, rendendo più complicato rispettare gli obiettivi europei e competere in mercati in cui la sostenibilità ambientale è già un elemento di selezione commerciale.
Le imprese chiedono interventi chiari e strutturali: contratti a lungo termine per il gas e l’energia elettrica, accelerazione sulle rinnovabili, riforma degli oneri di sistema, potenziamento delle infrastrutture energetiche, semplificazione autorizzativa, creazione di meccanismi di compensazione competitivi rispetto ai Paesi partner. Le richieste emergono in modo trasversale: i grandi gruppi industriali ne evidenziano la necessità per sostenere investimenti miliardari; le medie imprese insistono sulla necessità di ridurre l’incertezza; le piccole imprese sottolineano l’urgenza di evitare ulteriori squilibri in un mercato già segnato dai rialzi di materie prime, logistica e costo del lavoro.
Il tema assume una dimensione ancora più critica alla luce del rallentamento dell’economia europea e della pressione competitiva globale. In un contesto in cui la domanda estera non mostra segnali di forte ripresa e gli investimenti globali si muovono con cautela, la competitività energetica diventa un punto decisivo. Per molte imprese italiane la sfida non è solo crescere, ma preservare la capacità produttiva ed evitare un processo di progressiva perdita di quote di mercato che finirebbe per comprimere ulteriormente l’apparato industriale nazionale. La questione dei prezzi calmierati tedeschi, in questo scenario, non è percepita come differenza temporanea, ma come un possibile fattore di squilibrio strutturale.

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