Peter Mandelson rimosso dall’incarico di ambasciatore Usa: il governo britannico piegato dalla scoperta di rapporti con Jeffrey Epstein
- piscitellidaniel
- 11 set
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Peter Mandelson è stato sollevato dalla sua posizione di ambasciatore britannico negli Stati Uniti dal Primo Ministro Keir Starmer, in seguito alla pubblicazione di nuove comunicazioni che rivelano una relazione molto più stretta tra Mandelson e Jeffrey Epstein di quanto non fosse noto al momento della sua nomina. L’episodio diventa un banco di prova per il Partito Laburista, per le procedure di nomina diplomatica e per la credibilità delle istituzioni davanti allo scandalo che coinvolge personalità politiche ed economiche legate a figure compromesse.
La decisione di rimuovere Mandelson ha natura immediata ed è motivata dall’emersione di email in cui l’esponente laburista manifesta sostegno a Epstein nei momenti più critici del processo legale, includendo messaggi in cui si incoraggia il finanziere a contestare la validità della sua prima condanna, affermazioni e atteggiamenti che oggi appaiono incompatibili con il ruolo di rappresentante diplomatico incaricato di promuovere l’etica pubblica, la trasparenza e il rispetto delle istituzioni. Le autorità del Foreign Office britannico sottolineano che queste informazioni non erano state considerate nei processi di valutazione precedenti, e che ora emergono come fattori che cambiano radicalmente la percezione pubblica e politica dell’idoneità di Mandelson.
Mandelson, figura emblematica della New Labour, ha esercitato ruoli di grande visibilità nel Regno Unito: dalla trasformazione del Partito Laburista alla fine degli anni ’90 sotto Tony Blair, fino ad incarichi governativi di alto profilo, passando per la Commissione europea. La sua nomina ad ambasciatore negli Stati Uniti risale al dicembre 2024, con inizio dell’incarico nel febbraio 2025. Questo dossier Epstein lo riporta però sotto la luce dei riflettori non come diplomatico ma come individuo le sue scelte private, le sue relazioni, le sue dichiarazioni, tornano a pesare sulla capacità di servire in incarichi di responsabilità internazionale.
Le email cruciali sono quelle del periodo in cui Epstein era già sotto procedimento penale per reati gravi, incluso lo sfruttamento sessuale di minorenni, con condanne all’attivo. In particolare emerge che in quelle comunicazioni Mandelson avrebbe sostenuto che la prima condanna fosse ingiusta e meritevole di essere rivista, e che avrebbe espresso affetto personale definendo Epstein “my best pal” in annotazioni associate a un album di auguri. Questi elementi, giustificati da Mandelson con dichiarazioni di rimorso e con l’argumento che si sarebbe fidato delle rassicurazioni dell’entourage legale di Epstein, rappresentano oggi un peso che il governo giudica incompatibile con il ruolo pubblico e diplomatico.
La rimozione è arrivata nonostante pochi giorni prima Starmer avesse manifestato fiducia in Mandelson, sottolineando che non c’erano elementi sufficienti a giustificare l’allontanamento. La pressione politica e mediatica è cresciuta rapidamente, con richieste da più parti — all’interno e all’esterno del Partito Laburista — di chiarezza, trasparenza e dimissioni. Anche alcuni parlamentari del Labour hanno espresso dissenso rispetto alle modalità con cui era stato gestito il dossier Epstein. Critiche verso Starmer si sono accumulate: come mai non si fosse scoperto prima ciò che ora appare evidente; quanto approfonditi fossero i controlli pre-nomina; quali fossero i giudizi morali e politici considerati per affidare un ruolo diplomatico di primo piano a una figura controversa.
L’effetto diplomatico del licenziamento è immediato. Gli Stati Uniti, partner storico del Regno Unito, guardano con attenzione anche a queste questioni di immagine, integrità e coerenza diplomatica. Il cambio dell’ambasciatore in un momento in cui è in programma una visita di Stato da parte di Donald Trump rende il fatto ancora più delicato: occorrerà un sostituto che possa rassicurare Washington, che rappresenti il Regno Unito con credibilità e senza ombre di scandalo legate a precedenti che ora emergono come gravi.
Dal punto di vista istituzionale, la rimozione di Mandelson apre la riflessione su cosa significhi fare screening per incarichi diplomatici, quali criteri morali e etici entrino nei processi di nomina, quanto la storia personale e le relazioni private debbano essere esaminate in dettaglio per figure incaricate di rappresentare la nazione. Il governo dichiara che il rilascio delle email ha rivelato “profondità e ampiezza” della relazione con Epstein “materialmente diversa” da quanto si credeva inizialmente, facendo della trasparenza un tema centrale: rispetto alle vittime dei crimini di Epstein, ma anche rispetto al pubblico che reclama coerenza e responsabilità.
Mandelson stesso ha espresso rimorso, dicendo che avrebbe agito diversamente se avesse espresso piena consapevolezza delle implicazioni delle sue relazioni, e che si sarebbe fidato troppo — secondo la sua versione — degli avvocati di Epstein. Ma le scuse non sembrano bastare a ricostruire la fiducia politica e diplomatica che il ruolo richiede. Il governo Starmer si trova a dover ammettere che il processo di verifica non aveva previsto alcuni elementi che ora emergono come pregnanti, e che la percezione pubblica — internamente al paese e all’estero — può essere tanto decisiva quanto il merito stesso della nomina.
In termini di successione l’incarico verrà coperto ad interim da James Roscoe, già vice capo missione a Washington, fino a che non sia individuato un nuovo ambasciatore. E’ probabile che il successore sia scelto non solo per diplomaticità e competenza, ma anche per la capacità di non portare con sé controversie personali o emergenti, dato che il controllo dell’immagine internazionale è diventato cruciale in un’epoca in cui le relazioni esterne sono costantemente oggetto di scrutinio pubblico e mediatico.
Il caso Mandelson si inserisce, infine, in un contesto più ampio di sfiducia verso le élite, richieste di responsabilità e trasparenza che attraversano non solo il Regno Unito ma molti paesi occidentali. Le relazioni globali richiedono figure che incarnino credibilità, che siano percepite come morali oltre che competenti, perché ogni ambasciatore è ponte non solo tra governi, ma tra opinione pubblica, valori, rappresentanza nazionale.

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