Perù, il parlamento approva l’impeachment contro Dina Boluarte e avvia una svolta istituzionale
- piscitellidaniel
- 10 ott
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Il Congresso del Perù ha approvato in nottata la mozione di vacancia presidenziale contro Dina Boluarte, decretando la sua rimozione dalla carica con un voto quasi unanime che riflette una crisi politica profonda e prolungata nel Paese andino. Il processo, portato avanti sotto la premessa della “incapacità morale permanente”, segna un capitolo scottante nella storia recente peruviana, dove instabilità politica, proteste sociali, accuse di corruzione e insicurezza dilagante si sono incrociati nel corso del mandato di Boluarte. L’aula ha votato con oltre cento voti favorevoli su poche contrarie, mentre la stessa ex presidente ha rifiutato di presentarsi alla seduta notturna per difendersi. Subito dopo il voto, il presidente del Congresso, José Jerí, ha assunto la carica di presidente ad interim, esercitando la successione costituzionale e dichiarandosi garante di una fase di transizione fino alle prossime elezioni fissate per aprile 2026.
La decisione è il culmine di mesi, se non anni, di tensioni politiche e contestazioni che avevano già visto Boluarte sotto pressione per vari tentativi di impeachment mai andati a buon fine. La motivazione ufficiale invocata dai promotori della vacancia è l’incapacità morale permanente, richiamata sotto l’articolo 113 della Costituzione peruviana, un dispositivo che è stato più volte adoperato nei recenti decenni per destituire capi di Stato (tra cui Alberto Fujimori, Martín Vizcarra e Pedro Castillo). Nel corso del dibattito, i legislatori hanno ribadito che il governo Boluarte non ha saputo far fronte in modo credibile alla crescente ondata di criminalità, né ha garantito condizioni di governabilità accettabili. Le accuse più frequenti includevano l’incapacità di controllo della sicurezza, la perdita di consenso popolare e uno stile di governo percepito come autoritario e lontano dalle esigenze del Paese.
L’assenza di Boluarte all’udienza parlamentare ha alimentato il clima di polemica: le sue difese legali hanno denunciato un “tempo insufficientemente preparato” e una violazione del diritto di difesa, ma l’assemblea ha deciso comunque di procedere con la votazione entro poche ore. Il risultato è stato netto e rapido: la mozione ha ottenuto una maggioranza schiacciante, senza che vi fossero schede contrarie né astensioni significative, a testimonianza del consenso trasversale all’interno del Congresso contro la presidente uscente.
José Jerí, fino a quel momento presidente del Congresso e rappresentante del partito “Somos Perú”, ha prestato giuramento come capo dello Stato ad interim. Assumendo la presidenza per successione costituzionale, Jerí ha dichiarato che guiderà un governo di transizione con l’impegno di garantire la stabilità istituzionale e preparare il Paese alle elezioni del 2026. Il suo ruolo è tutt’altro che semplice: dovrà mediare tra le diverse forze politiche, far avanzare l’iter parlamentare dei provvedimenti urgenti e affrontare le pressanti questioni di sicurezza, economia e coesione sociale che hanno contraddistinto l’ultimo periodo.
La caduta di Boluarte appare anche come la composizione di una somma di fattori esplosivi: la sua popolarità era già in caduta libera, con numeri che, nelle valutazioni più estreme, la collocavano tra i leader con il più basso indice di gradimento in America Latina. Le manifestazioni — spesso condotte dalle nuove generazioni e dal mondo urbano — avevano reclamato a gran voce la fine del suo mandato, accusandola di essere distante dalle esigenze popolari e di perpetuare una politica di repressione nei confronti dei movimenti sociali. In parallelo, lo scandalo denominato “Rolexgate” — che coinvolgeva la detenzione, mai ben spiegata, di orologi di lusso — aveva alimentato sospetti di arricchimento illecito e contribuito a indebolire ulteriormente la legittimità morale del suo governo.
Sul piano costituzionale e politico, il nuovo scenario apre più fronti: la gestione del potere nel periodo intermedio, la ridefinizione delle alleanze parlamentari, il contrasto alla crescente insicurezza urbana e rurale, e la pianificazione delle elezioni presidenziali con un quadro istituzionale in rapida trasformazione. Il Congresso ha già in mano il timone del Paese e le condizioni per governare da subito; ma l’eredità lasciata dal lungo e controverso mandato di Boluarte è pesante: conflitti sociali irrisolti, un tessuto istituzionale sotto stress e una società civile che chiede più partecipazione e rispetto per i diritti.
Le prossime settimane saranno decisive: José Jerí dovrà dimostrare di saper governare una fase di transizione con equilibrio, mentre le forze politiche dovranno scegliere se puntare su vecchi schemi di potere o accogliere nuove sollecitazioni di cambiamento. Il sistema peruviano, già abituato a turbolenze e rovesciamenti, si trova ora davanti a un banco di prova che definisce non solo l’oggi, ma la traiettoria futura del Paese verso un governo più stabile e legittimato.

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