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Papa Leone XIV nel mirino del fisco USA: il Congresso studia una legge per tutelare la sovranità del Pontefice americano

L’elezione al soglio pontificio di Leone XIV, al secolo Robert Francis Prevost, ha segnato una svolta storica nella Chiesa cattolica: è infatti il primo Papa di cittadinanza statunitense. Ma questa novità ha innescato una questione senza precedenti sul piano fiscale e giuridico. Secondo le attuali normative tributarie degli Stati Uniti, ogni cittadino americano è soggetto alla tassazione sui redditi mondiali, indipendentemente dal luogo di residenza. Ciò significa che, almeno in teoria, anche il Papa potrebbe essere tenuto a dichiarare e versare imposte al fisco statunitense per il suo reddito, nonostante il suo ruolo di sovrano di uno Stato estero e il carattere eminentemente spirituale della sua funzione.


La questione non è affatto teorica. La normativa fiscale statunitense è tra le più severe e pervasive al mondo: l’obbligo di dichiarazione fiscale grava su tutti i cittadini USA, ovunque si trovino, e non prevede eccezioni per ruoli religiosi o politici svolti all’estero. Solo due Paesi al mondo adottano questo principio di tassazione universale sulla base della cittadinanza: gli Stati Uniti e l’Eritrea. Nel caso specifico del Pontefice, si tratterebbe di una contraddizione giuridica potenzialmente esplosiva. Leone XIV, in quanto capo di Stato del Vaticano e guida della Santa Sede, gode di piena sovranità internazionale, riconosciuta a livello diplomatico e sancita dal Concordato con l’Italia e da numerosi trattati internazionali.


A pochi giorni dalla sua elezione, il Congresso americano ha avviato una discussione trasversale per individuare una soluzione normativa che possa escludere il Pontefice dagli obblighi fiscali previsti dal codice tributario. Un primo disegno di legge, sostenuto sia da repubblicani sia da democratici, intende introdurre una deroga esplicita per “funzioni religiose e sovrane di capi di Stato eletti in ambito confessionale”. L’iniziativa si scontra tuttavia con una rigidità storica del sistema fiscale americano, che ha già colpito in passato numerosi espatriati statunitensi, costretti a versare imposte su redditi esteri o addirittura a rinunciare alla cittadinanza.


In assenza di una normativa ad hoc, il Papa potrebbe tecnicamente essere considerato un “tax resident” dagli Stati Uniti e soggetto a tassazione per ogni tipo di entrata, comprese le offerte, i proventi immobiliari del Vaticano e perfino le spese sostenute per la propria funzione. La prospettiva di dover sottoporre i conti del Papa alla supervisione dell’IRS solleva questioni di incompatibilità con la sovranità della Santa Sede e con il principio di indipendenza spirituale del pontefice, tutelato anche dal diritto canonico.


L’ambasciata americana presso la Santa Sede ha confermato che sono in corso interlocuzioni tra il Dipartimento di Stato, il Tesoro e le autorità vaticane per chiarire la posizione fiscale del Pontefice. Si valuta la possibilità di un’esenzione permanente, come già avviene per alcuni diplomatici o funzionari internazionali, sulla base del principio di reciprocità. Tuttavia, la presenza di un vincolo di cittadinanza diretta rende il caso molto più complesso.


Il dibattito ha assunto anche una dimensione ideologica. Alcuni esponenti conservatori vedono nella questione un’occasione per sollevare critiche alla normativa fiscale universale, che considerano un’ingerenza eccessiva dello Stato nella vita privata dei cittadini. Al contrario, ambienti più progressisti ritengono che la deroga vada concessa solo per ragioni diplomatiche, evitando però di creare un precedente che possa aprire falle nella lotta contro l’elusione fiscale internazionale.


La situazione è ulteriormente complicata dal fatto che Leone XIV, pur essendo nato e cresciuto a Chicago, ha trascorso gran parte della sua vita religiosa tra il Perù e Roma, senza mai rinunciare alla cittadinanza americana. Questo lo rende, sotto il profilo giuridico, un unicum: un cittadino degli Stati Uniti d’America che è diventato Capo di Stato estero ed esercita le sue funzioni in totale autonomia dal suo Paese di origine.


Anche in Vaticano la questione non è passata inosservata. Alcuni ambienti curiali si interrogano sulla possibilità che il Papa possa decidere spontaneamente di rinunciare alla cittadinanza americana per evitare interferenze indesiderate. Tuttavia, una tale scelta potrebbe essere letta come un gesto politico e aprire nuovi fronti diplomatici tra Washington e la Santa Sede. Per ora, Leone XIV non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali sul tema, preferendo concentrarsi sui primi atti del suo pontificato, tra cui la riforma dell’evangelizzazione nei Paesi occidentali e un nuovo documento magisteriale in preparazione sul cambiamento climatico.


La questione fiscale coinvolge anche un altro aspetto tecnico: la normativa americana prevede che i cittadini con redditi superiori a 200.000 dollari annui all’estero compilino un modulo specifico, il cosiddetto Foreign Bank Account Report (FBAR), e dichiarino ogni conto finanziario detenuto fuori dagli Stati Uniti. Se applicato in senso stretto, ciò significherebbe che il Papa dovrebbe dichiarare ogni conto bancario vaticano, ogni partecipazione immobiliare, e ogni fondo gestito dal Governatorato o dalla Segreteria per l’Economia.


Il rischio teorico è che, in assenza di una norma chiarificatrice, Leone XIV possa essere considerato inadempiente rispetto agli obblighi dichiarativi federali, aprendo la porta a contenziosi e persino a sanzioni. In passato, diversi missionari americani residenti in conventi stranieri hanno subito multe e accertamenti per non aver presentato la documentazione fiscale richiesta, pur non avendo alcun reddito personale significativo.


Anche il Dipartimento di Stato, pur mantenendo la riservatezza sul dossier, ha fatto sapere che il caso del Papa è senza precedenti e che ogni decisione dovrà tener conto della particolare natura religiosa e simbolica del suo ruolo. La questione potrebbe inoltre avere riflessi sul diritto internazionale consuetudinario, che finora non si è mai trovato a dover rispondere a una simile combinazione di cittadinanza, religione, sovranità e fiscalità.


Nel frattempo, i giuristi del Congresso stanno lavorando su diverse opzioni legislative. Tra le proposte allo studio, figura anche quella di riconoscere uno status fiscale speciale per i capi religiosi globali che siano cittadini americani ma non percepiscano redditi personali né svolgano attività economiche dirette sul suolo statunitense. Tale status garantirebbe al Pontefice un’esenzione permanente, evitando un eventuale conflitto tra lo Stato americano e la Santa Sede. Altri, più prudenti, propongono invece una sospensione degli obblighi fiscali limitata al tempo del pontificato, con il ripristino automatico dell’obbligo alla fine del mandato.

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