Orsini: con l’euro debole e i dazi USA, l’export UE rischia un impatto effettivo fino al 50%
- piscitellidaniel
- 16 lug
- Tempo di lettura: 3 min
L’economista e direttore del Centro Studi Confindustria, Alessandro Orsini, ha lanciato un allarme sull’impatto combinato del cambio euro-dollaro e dei dazi americani sulle esportazioni europee. Secondo l’analisi presentata in occasione di un convegno sull’economia transatlantica, l’effetto reale delle politiche protezionistiche USA, sommato alla debolezza dell’euro, può generare una penalizzazione sull’export europeo che può arrivare fino al 50% in termini di competitività.
Orsini ha illustrato come l’attuale fase di volatilità valutaria, con l’euro oscillante intorno a 1,07 contro il dollaro, combinata all’annunciato aumento delle barriere tariffarie statunitensi – in particolare nel settore automobilistico, chimico, dell’acciaio e delle tecnologie verdi – costituisca un mix esplosivo per le imprese esportatrici dell’eurozona. In particolare, il ritorno di politiche fortemente protezionistiche da parte di Washington, sotto la spinta dell’agenda economica di Donald Trump e del Congresso repubblicano, rischia di creare un quadro in cui gli effetti tariffari nominali si amplificano a causa della debolezza strutturale della moneta unica.
L’analisi di Orsini parte da un dato chiave: un dazio del 20% su un bene esportato in dollari, in un contesto di euro debole e inflazione interna crescente, produce un effetto reale sulle imprese europee che va ben oltre la semplice applicazione della tariffa doganale. Se, ad esempio, il valore dell’euro cala dell’8% e l’inflazione interna si attesta al 3%, il potere d’acquisto in dollari degli esportatori si contrae, mentre i beni statunitensi diventano relativamente più competitivi. Se a questo si somma l’effetto moltiplicatore dei dazi – calcolato tenendo conto anche delle catene di fornitura e dei costi logistici – si arriva a un impatto complessivo sull’export che può superare il 40-50%.
Orsini ha indicato che alcuni settori sono particolarmente vulnerabili a questo scenario. Il comparto dell’auto, ad esempio, già soggetto a pressioni regolatorie e a transizione verso l’elettrico, rischia di subire una doppia penalizzazione: da un lato l’aumento dei costi di produzione, dall’altro la chiusura di fatto di mercati fondamentali come quello statunitense. Lo stesso vale per la chimica e i prodotti a medio-alta tecnologia, dove le filiere globali dipendono da un delicato equilibrio di scambi bilaterali che rischia di rompersi in presenza di dazi punitivi.
Non meno rilevante è l’effetto sull’agroalimentare. Orsini ha ricordato che già durante la presidenza Trump erano stati imposti dazi su prodotti europei simbolo del Made in Italy, come formaggi, vino e olio. Ora, con l’ipotesi concreta di una nuova ondata di dazi selettivi, molti esportatori temono un ritorno di misure restrittive che potrebbero decimare le quote di mercato conquistate negli anni. Inoltre, il dollaro forte rende più costoso per i distributori americani l’acquisto di prodotti europei, inducendoli a rivolgersi verso mercati alternativi.
Un altro fattore aggravante, secondo Orsini, è rappresentato dalla mancanza di una risposta unitaria e tempestiva da parte dell’Unione Europea. Mentre la Commissione sta valutando contromisure e possibili ricorsi in sede WTO, il tempo necessario per attivare procedure di difesa commerciale potrebbe rivelarsi insufficiente a proteggere efficacemente le imprese nel breve termine. In questo contesto, l’economista suggerisce un rafforzamento immediato degli strumenti di sostegno all’export, con garanzie pubbliche per le imprese colpite da barriere tariffarie e incentivi per la diversificazione dei mercati di destinazione.
Altro tema emerso è la vulnerabilità dei tassi di cambio. Il cambio euro-dollaro resta soggetto a forti oscillazioni dovute sia alle scelte monetarie della BCE e della FED, sia alle tensioni geopolitiche. Orsini ha osservato come una politica monetaria europea ancora prudente, a fronte di una FED più aggressiva nel contenere l’inflazione USA, determini uno squilibrio sistemico che indebolisce la moneta unica. Questo penalizza le importazioni in euro (con un impatto sui costi interni) e riduce il margine di competitività dei beni europei in mercati a valuta forte.
Secondo le simulazioni presentate, un peggioramento del cambio euro-dollaro fino a quota 1,02, combinato con dazi medi al 25% su alcune categorie di prodotti europei, comporterebbe una perdita potenziale dell’export UE verso gli USA pari a 40 miliardi di euro l’anno, con una contrazione occupazionale stimata in oltre 200.000 posti tra diretto e indotto. Questi dati, sottolinea Orsini, dovrebbero spingere i governi europei ad agire rapidamente per difendere la competitività del sistema produttivo, in un contesto in cui le tensioni commerciali sono destinate a intensificarsi nei prossimi mesi.
Il centro studi di Confindustria ha anche proposto di rafforzare i meccanismi di compensazione a livello comunitario, ipotizzando fondi straordinari per la riconversione industriale dei settori più colpiti, misure fiscali per stimolare l’innovazione nei processi produttivi e l’apertura di nuovi canali commerciali con l’Asia e l’Africa. Inoltre, ha sollecitato la BCE a una politica valutaria più attenta al tasso di cambio, nel rispetto del suo mandato, per evitare che l’euro debole diventi un ulteriore freno per l’economia continentale.

Commenti