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Nuovo ritiro degli Stati Uniti dall’UNESCO: tra accuse ideologiche, tensioni con la Cina e crisi diplomatica

Gli Stati Uniti hanno annunciato ufficialmente la loro intenzione di ritirarsi ancora una volta dall’UNESCO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura. Si tratta della terza uscita formale del Paese dall’agenzia ONU, un evento che sottolinea il persistente attrito tra Washington e l’organizzazione con sede a Parigi e che getta un’ombra sulla stabilità dei rapporti multilaterali in un’epoca di tensioni geopolitiche crescenti. Secondo quanto reso noto, il ritiro avrà effetto a partire dal 31 dicembre 2026, ma la decisione politica è già stata assunta dal nuovo esecutivo statunitense guidato da Donald Trump.


La motivazione ufficiale fornita dalla Casa Bianca si concentra su tre pilastri: il presunto eccessivo orientamento ideologico “woke” dell’UNESCO, un atteggiamento giudicato troppo sbilanciato a favore delle cause palestinesi a danno di Israele, e una crescente influenza politica e finanziaria da parte della Cina. Queste critiche, in parte già espresse nel precedente mandato di Trump, si sono radicalizzate con il ritorno del tycoon alla guida del Paese, riproponendo una visione fortemente scettica verso le organizzazioni multilaterali e il loro ruolo nella governance globale.


Il portavoce del Dipartimento di Stato ha dichiarato che l’UNESCO ha perso la sua neutralità e che è diventata una piattaforma per promuovere politiche divisive e una visione del mondo ritenuta in contrasto con i valori fondativi degli Stati Uniti. Un esempio emblematico, secondo la Casa Bianca, sarebbe il programma educativo globale volto a promuovere la parità di genere e la diversità culturale, giudicato espressione di un attivismo ideologico più che di un reale sforzo educativo. La stessa nomina di diversi siti culturali palestinesi come patrimonio dell’umanità è stata interpretata come una presa di posizione politica, più che culturale, in un conflitto complesso come quello israelo-palestinese.


Questo nuovo strappo segue un percorso storico di relazioni complesse tra Washington e l’UNESCO. Gli Stati Uniti avevano già lasciato l’organizzazione nel 1984, sotto la presidenza Reagan, accusandola di corruzione, sprechi e un orientamento antioccidentale. Il ritorno avvenne solo nel 2003, durante l’amministrazione Bush, in un contesto di maggiore collaborazione internazionale. Ma nel 2011 gli Stati Uniti avevano sospeso il contributo finanziario a seguito dell’ammissione della Palestina come Stato membro, e nel 2017, durante il primo mandato Trump, si erano nuovamente ritirati, contestando l’approccio giudicato ostile verso Israele. Solo nel 2023, sotto la presidenza Biden, Washington era tornata nell’UNESCO, con l’obiettivo di contrastare l’influenza crescente della Cina e sanare un debito arretrato di circa 600 milioni di dollari.


Proprio l’elemento economico rappresenta un nodo centrale della crisi attuale. Il rientro degli Stati Uniti aveva ridato slancio alle finanze dell’agenzia, ma il nuovo ritiro apre ora scenari preoccupanti per la sostenibilità di numerosi progetti in corso, specie nei Paesi in via di sviluppo. Secondo alcuni funzionari dell’UNESCO, già oggi molte delle iniziative legate all’alfabetizzazione digitale, alla tutela dei beni culturali in aree di conflitto e alla cooperazione scientifica transnazionale rischiano di subire gravi battute d’arresto.


L’aspetto più sensibile resta però quello diplomatico. Il disimpegno americano viene letto da molti osservatori come un ulteriore passo verso una visione unilaterale delle relazioni internazionali, in cui le organizzazioni multilaterali vengono viste più come ostacoli che come strumenti di coordinamento. L’accusa rivolta alla Cina è particolarmente significativa: secondo l’amministrazione Trump, Pechino avrebbe progressivamente aumentato la sua influenza all’interno dell’UNESCO, condizionando le scelte culturali e strategiche dell’agenzia a scapito dell’equilibrio internazionale. In effetti, la Cina è diventata negli ultimi anni il maggior contributore finanziario dell’agenzia, e ha assunto un ruolo guida in diversi comitati tecnici e culturali.


La direttrice generale dell’UNESCO, Audrey Azoulay, ha reagito con delusione alla notizia, dichiarando che l’organizzazione ha fatto importanti passi avanti per migliorare la trasparenza e ridurre le influenze politiche esterne. Azoulay ha ricordato che la cultura e la scienza sono strumenti di dialogo, non di divisione, e ha lanciato un appello affinché gli Stati Uniti riconsiderino la loro posizione. Diversi Stati membri hanno espresso solidarietà all’agenzia, tra cui Francia, Germania, Canada e Giappone, sottolineando l’importanza della cooperazione culturale e scientifica in un mondo sempre più frammentato.


In ambito accademico e diplomatico statunitense, la decisione non è stata accolta in modo unanime. Numerosi esperti e analisti internazionali hanno espresso preoccupazione per le conseguenze a lungo termine. Il professor Robert Keohane della Princeton University ha definito il ritiro un “colpo alla credibilità degli Stati Uniti come attore globale responsabile”, mentre l’ex ambasciatrice americana all’UNESCO sotto l’amministrazione Obama, Crystal Nix-Hines, ha parlato di una “occasione persa per rafforzare il soft power americano in un contesto di crescente competizione globale”.


Anche il Congresso è apparso diviso. Alcuni esponenti repubblicani sostengono la decisione della Casa Bianca, accusando l’UNESCO di essere ormai dominata da agende ideologiche ostili all’interesse nazionale. Al contrario, diversi rappresentanti democratici hanno criticato duramente il provvedimento, accusando l’amministrazione di isolazionismo e miopia strategica.

La prospettiva di una terza uscita statunitense dall’UNESCO solleva interrogativi più ampi sul futuro delle istituzioni internazionali. In un’epoca di conflitti globali, emergenze ambientali e transizioni tecnologiche, l’abbandono di piattaforme multilaterali rischia di lasciare spazi vuoti che possono essere riempiti da altri attori con visioni e interessi divergenti. L’assenza degli Stati Uniti potrebbe tradursi in un rafforzamento del ruolo di Cina, Russia e altri Paesi emergenti all’interno dell’UNESCO, modificandone le priorità e le linee d’azione.


In attesa dell’effettiva uscita nel 2026, resta da capire se ci saranno margini per un ripensamento o un nuovo compromesso. Ma per ora, la decisione della Casa Bianca appare ferma e intenzionata a ridefinire i contorni della presenza americana nel sistema multilaterale. Un segnale chiaro, destinato ad avere impatti non solo sull’UNESCO, ma sull’intero assetto della cooperazione culturale e scientifica globale.

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