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Novak Djokovic lascia la Serbia e punta ad Atene: spostamenti, tensioni politiche e visione per il dopo-carriera

Novak Djokovic sta attraversando una fase di cambiamento non solo sportivo ma esistenziale. Da settimane circolano segnalazioni che il campione serbo, 38 anni, stia valutando seriamente di trasferire la sua residenza in Grecia, con Atene come possibile base permanente per lui e la sua famiglia. La mossa non è casuale ma s’inscrive in un contesto di rapporti deteriorati con il governo serbo, di proteste civili crescenti, di frizioni politiche che sembrano aver spinto Djokovic a guardare oltre la patria per stabilità, ambiente sociale e futuri piani professionali e personali.


Djokovic ha già compiuto gesti che segnalano un distacco simbolico: lo spostamento del suo torneo ATP da Belgrado ad Atene è stato il primo atto concreto di questa nuova rotta. Il “Belgrade Open”, evento gestito dalla sua famiglia, non si svolgerà più nella capitale serba ma nella capitale greca, ribattezzato come “Hellenic Championship”. È un passaggio che da un lato sottolinea il valore economico e logistico degli eventi sportivi, dall’altro contiene una forte componente identitaria e politica: Djokovic non rinnega la Serbia, ma prende distanza da un ambiente politico che percepisce sempre più ostile.


Le ragioni dietro questa scelta sono molteplici e intrecciate: Djokovic si sarebbe apertamente schierato a favore delle proteste studentesche in Serbia, movimenti che contestano la corruzione, la mancanza di trasparenza, l’autoritarismo crescente del governo. Le proteste sono esplose dopo tragedie locali, come quella della pensilina crollata a Novi Sad, eventi che hanno fatto deflagrare tensioni accumulate nel tempo. Il tennista ha espresso la sua solidarietà nei confronti di chi protesta, sottolineando che i giovani hanno diritto a essere ascoltati, costituiscono una risorsa per il futuro del paese, e che le istituzioni devono rispondere con rispetto e responsabilità. Innescata questa frizione, la reazione ufficiosa dei media vicini al potere è stata critica — accuse di falso patriottismo, attacchi all’immagine — ma Djokovic sembra aver considerato che il prezzo simbolico di restare in Serbia sia ormai alto.


Il trasferimento ad Atene è più che rumor: Djokovic avrebbe fatto sopralluoghi nella capitale greca con la moglie Jelena, visto abitazioni nei quartieri residenziali del nord della città, visitato scuole private, valutato opzioni logistiche per i figli Stefan e Tara. È emerso che ha ottenuto o sta ottenendo il permesso di risidenza tramite il programma Golden Visa greco, che garantisce un permesso pluriennale per chi investe nel paese o soddisfa certi requisiti. La Grecia appare quindi come scelta che combina motivazioni pratiche — istruzione per i figli, qualità della vita, vicinanza culturale con la Serbia — e simboliche: fare base altrove, evitare la pressione politica diretta, operare con maggiore libertà di espressione.


La dimensione sportiva non è estranea: il tennis di alto livello richiede continuità, organizzazione, infrastrutture, logistica internazionale, allenamenti, trasferte. Avere una base vicina che offra stabilità familiare e ancoraggio internazionale può contribuire a prolungare la carriera, a gestire meglio le stagioni impegnative, a valutare il dopo-attività in termini di accademie, investimenti sportivi locali, magari collaborazioni con allenatori o strutture già presenti. Atene, con il complesso Olimpico OAKA, è stata indicata come possibile sede per investimenti sportivi: campi, strutture, sviluppo che potrebbe affiancarsi agli obiettivi di Djokovic una volta smessa la competizione attiva.


La decisione ha implicazioni anche politiche più ampie. Djokovic, pur non essendo politico nel senso tradizionale, è figura dall’enorme peso simbolico in Serbia e nei Balcani. La sua mobilità, la scelta di base, le parole pubbliche sul governo, sul dovere delle istituzioni verso i cittadini, tutto ciò scalda il dibattito sul ruolo degli atleti come cittadini attivi, su quanto lo sport possa essere voce critica, su quanto restare in patria significhi accettare compromessi. Per il governo serbo è un segnale non banale: un atleta nazionale di primissimo piano sposta la sua vita altrove, e questo può essere letto come perdita di fiducia, di protezione, di visibilità internazionale.


Non mancano le prospettive economiche: trasferire la residenza in Grecia attraverso il Golden Visa comporta vantaggi fiscali e burocratici, potenziali opportunità di investimento locale, visibilità internazionale che può agevolare sponsorizzazioni, progetti imprenditoriali o filantropici. Per un atleta che ha già costruito una piattaforma globale, mantenere una base che offra certezza legale, opportunità per la famiglia, infrastrutture sportive e qualità di vita appare diventato parte della strategia non solo personale ma imprenditoriale.


La famiglia Djokovic gioca un ruolo chiave: la moglie Jelena è coinvolta nelle decisioni familiari, l’educazione dei figli è elemento centrale nelle valutazioni. Le scuole visitate non sono solo luoghi di apprendimento ma indicatori del tessuto sociale, della sicurezza, dell’ambiente in cui crescere. La ricerca di una scuola internazionale di alto livello e di quartieri tranquilli segnala che la base scelta non sarà temporanea o puramente fiscale, ma connotata dalla volontà di costruire un futuro stabile.


C’è anche la questione dell’immagine pubblica: Djokovic da sempre parla di unità, di collaborazioni culturali e sportive, di rispetto per la comunità internazionale. Trasferirsi in Grecia, senza tagliare i ponti con la Serbia, potrebbe consolidare un ritratto pubblico di atleta globale, che trascende i confini, le divisioni politiche interne, ma mantiene legami con le proprie radici. È scelta che attira consensi tra chi vede nel suo gesto una dichiarazione di libertà, ma provoca reazioni forti in chi interpreta tutto come segno di abbandono o tradimento dei simboli nazionali.


Djokovic si trova dunque in bilico tra passato e futuro: la Serbia rappresenta la sua origine, la sua identità sportiva, la sua rabbia civile verso ingiustizie percepite, ma la Grecia offre spazi che sembrano permettere respiro, progettazione, equilibrio familiare e possibilità concreta di costruire una seconda fase della vita non solo come atleta ma come figura influente nello sport globale, come mentore, filantropo, investitore, forse come ambasciatore culturale tra Balcani e Mediterraneo.


Il trasloco, se confermato, rappresenterebbe un punto di svolta: non semplice cambio di domicilio ma messa a fuoco di priorità diverse: libertà di espressione, educazione dei figli, qualità della vita, sicurezza politica. Djokovic appare non solo come uno dei più grandi del tennis, ma come protagonista di una fase in cui le grandi personalità sportive fanno anche scelte che pesano come dichiarazioni civili: non solo sul campo, ma nella vita che costruiscono.

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