Non solo PFAS: l’Unione Europea rivede le regole della sicurezza chimica tra pressioni industriali e tutela della salute
- piscitellidaniel
- 15 ott
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Il dibattito europeo sulla sicurezza chimica è entrato in una fase cruciale. Dopo anni di denunce sull’impatto ambientale e sanitario dei PFAS, le cosiddette sostanze chimiche eterne, la Commissione Europea ha avviato un processo di revisione complessiva del sistema normativo che regola l’utilizzo, la produzione e la commercializzazione dei composti chimici sul mercato interno. Il confronto non riguarda soltanto i perfluoroalchilici ma tocca l’intero impianto di controllo, valutazione e autorizzazione delle sostanze pericolose, destinato a incidere su filiere industriali strategiche come chimica, farmaceutica, elettronica, tessile e packaging.
La riforma nasce dall’esigenza di aggiornare le regole del regolamento REACH e di rafforzare la Strategia per la sostenibilità nel settore delle sostanze chimiche, presentata come pilastro del Green Deal europeo. L’obiettivo è ridurre l’esposizione dei cittadini e dell’ambiente a molecole tossiche, migliorare la trasparenza nei processi produttivi e introdurre criteri più stringenti per l’autorizzazione di composti potenzialmente nocivi. La questione PFAS ha accelerato il confronto politico e tecnico, spingendo Bruxelles a valutare nuove restrizioni e divieti generalizzati.
Le sostanze per- e polifluoroalchiliche, impiegate da decenni per le loro proprietà antiaderenti, impermeabili e resistenti alle alte temperature, rappresentano un caso emblematico. Il loro uso diffuso in ambito industriale e domestico ha determinato una contaminazione persistente nei suoli e nelle acque, con effetti documentati sulla salute pubblica. Le autorità sanitarie europee riconoscono ormai la capacità dei PFAS di accumularsi negli organismi viventi e di alterare il sistema endocrino. Le proposte di restrizione avanzate dall’ECHA puntano a un divieto progressivo, ma la complessità tecnica e le pressioni economiche hanno rallentato il percorso decisionale.
Il tema centrale riguarda la definizione di “uso essenziale”. Secondo la proposta in discussione, i PFAS e altre sostanze pericolose potranno essere impiegati solo in applicazioni considerate imprescindibili per la sicurezza o per l’innovazione tecnologica, laddove non esistano alternative sostenibili. La distinzione tra uso essenziale e non essenziale è però oggetto di interpretazioni divergenti tra gli Stati membri e tra i diversi comparti produttivi. Settori come semiconduttori, difesa, aerospazio e dispositivi medici chiedono deroghe temporanee, sostenendo che un divieto totale comprometterebbe la competitività industriale europea.
La Commissione deve quindi conciliare due esigenze opposte: proteggere salute e ambiente, senza penalizzare la capacità produttiva dell’Europa. Le associazioni industriali chiedono norme proporzionate e tempi certi per la transizione, mentre organizzazioni ambientaliste e autorità sanitarie invocano misure più severe e controlli indipendenti. L’ECHA ha avviato una consultazione pubblica che raccoglie osservazioni da governi, imprese e ONG, ma il risultato finale dipenderà dal compromesso politico che emergerà tra Parlamento, Consiglio e Commissione.
Le discussioni più recenti si concentrano anche sulla revisione dei processi di valutazione delle miscele chimiche. Attualmente, la normativa tende a esaminare le sostanze singolarmente, ma la realtà industriale prevede l’esposizione simultanea a più composti, i cui effetti combinati non sono ancora pienamente noti. Gli esperti dell’Agenzia europea dell’ambiente propongono di introdurre un approccio “cumulativo”, capace di considerare l’impatto complessivo delle sostanze presenti nell’aria, nei prodotti e nei materiali di consumo.
Le implicazioni economiche della riforma sono significative. Le imprese europee dovranno sostenere investimenti per modificare processi produttivi, sostituire materie prime, adeguare le certificazioni e rispettare i nuovi requisiti di tracciabilità. In particolare, il settore tessile e quello dei prodotti per la casa sono tra i più esposti, poiché utilizzano sostanze fluorurate per garantire caratteristiche idrorepellenti e resistenti. Anche il comparto elettronico e quello automobilistico temono ripercussioni sui costi e sui tempi di approvvigionamento.
Il confronto si è esteso al tema del principio “chi inquina paga”. L’Unione Europea intende rafforzare la responsabilità ambientale delle aziende produttrici e imporre oneri finanziari per le attività di bonifica e smaltimento dei residui tossici. Il principio, già applicato in materia di rifiuti, potrebbe essere esteso alla gestione delle sostanze chimiche, spingendo le imprese a investire in processi più puliti. Tuttavia, l’assenza di un quadro unitario tra gli Stati membri rischia di generare asimmetrie nei costi e nelle tempistiche di applicazione.
Nel frattempo, la pressione pubblica cresce. Le campagne ambientaliste chiedono una mappa europea delle contaminazioni da PFAS e l’istituzione di un registro unico delle sostanze pericolose, accessibile anche ai consumatori. In diversi Paesi europei, tra cui Germania, Olanda e Danimarca, sono in corso monitoraggi su vasta scala per quantificare la presenza dei composti fluorurati nelle acque potabili e nei terreni agricoli. I risultati preliminari indicano una diffusione molto più estesa del previsto, con livelli di concentrazione superiori ai limiti raccomandati.
Il dibattito sulle regole chimiche europee si inserisce in un contesto di competizione globale. Mentre l’UE discute restrizioni e standard più elevati, altri attori internazionali, come Stati Uniti e Cina, adottano approcci meno rigidi per proteggere le proprie filiere industriali. Ciò genera un rischio di delocalizzazione delle produzioni chimiche e di importazioni di prodotti finiti non conformi alle norme europee. Bruxelles intende rispondere con controlli doganali più severi e con l’obbligo per gli importatori di garantire la conformità delle sostanze utilizzate nei processi produttivi extraeuropei.
Il percorso legislativo si prospetta complesso e destinato a proseguire per tutto il 2025. Le istituzioni europee lavorano per approvare un testo equilibrato che riesca a garantire la sicurezza chimica, preservare la competitività del mercato unico e favorire la transizione verso un modello produttivo più sostenibile.

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