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Morte di Abderrahim Fakir, Meloni chiede verità e respinge il clima d’odio contro le forze dell’ordine

La morte di Abderrahim Fakir, il quarantaduenne di origine marocchina deceduto a Bologna durante un intervento di polizia, è diventata il centro di un duro confronto politico e sociale. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha chiesto che venga accertata fino in fondo la verità sull’accaduto, sottolineando però che il lavoro della magistratura non può essere accompagnato da processi sommari né trasformarsi in un’occasione per alimentare un clima d’odio contro le forze dell’ordine. Una posizione con cui la premier ha cercato di tenere insieme due esigenze: fare piena luce sulle responsabilità individuali e difendere le istituzioni da accuse generalizzate, mentre a Bologna le manifestazioni seguite alla morte dell’uomo sono sfociate in tensioni e scontri.


Fakir è morto nel quartiere Pilastro, dove gli agenti erano intervenuti dopo alcune segnalazioni relative al suo comportamento agitato. Secondo le ricostruzioni disponibili, l’uomo sarebbe stato immobilizzato durante il tentativo di arresto e sarebbe stato utilizzato anche uno spray urticante. Un filmato realizzato da un testimone, successivamente diffuso dai mezzi di informazione, mostra due poliziotti impegnati a contenerlo a terra mentre Fakir chiede ripetutamente aiuto. Le immagini, pur non consentendo da sole di ricostruire ogni fase dell’intervento, hanno suscitato forte impressione e alimentato interrogativi sulle tecniche di immobilizzazione adottate e sulla tempestività dell’assistenza sanitaria.


La Procura ha avviato un’indagine per chiarire le cause del decesso e verificare la condotta delle persone presenti. Nel procedimento risultano coinvolti due agenti e quattro operatori sanitari, chiamati a fornire spiegazioni sulle rispettive responsabilità. Gli inquirenti dovranno analizzare i filmati registrati dalle telecamere degli agenti, le testimonianze, la documentazione sanitaria e gli esiti degli accertamenti medico-legali. Sarà soprattutto l’autopsia a stabilire se la morte sia stata determinata dalle condizioni di salute dell’uomo, dall’uso dello spray, dalle modalità di contenimento, dal ritardo nei soccorsi oppure da una combinazione di fattori. Fakir, residente regolarmente in Italia e arrivato nel Paese durante l’infanzia, avrebbe sofferto di problemi cardiaci e respiratori e, al momento dell’intervento, sarebbe stato in una condizione di forte alterazione psicofisica.


La famiglia ha chiesto giustizia e una ricostruzione trasparente, sostenendo che l’uomo non avrebbe dovuto morire durante un’operazione destinata a contenerlo e metterlo in sicurezza. Il caso è stato rapidamente accostato, nel dibattito pubblico, ad altre morti avvenute durante interventi di polizia, fino al paragone con George Floyd negli Stati Uniti. Un’associazione che il Governo e numerosi rappresentanti del centrodestra hanno giudicato impropria e strumentale. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha invitato ad avere fiducia nell’autorità giudiziaria, ricordando che ogni eventuale responsabilità dovrà essere verificata sulla base delle prove e non attraverso giudizi formulati prima della conclusione delle indagini.


La tensione è cresciuta durante le manifestazioni organizzate a Bologna. Migliaia di persone hanno partecipato ai cortei per chiedere chiarezza sulla morte di Fakir, ma in alcuni momenti si sono verificati lanci di oggetti, danneggiamenti e scontri con i reparti schierati in tenuta antisommossa. Le forze dell’ordine hanno utilizzato idranti e lacrimogeni per disperdere i gruppi più violenti, mentre diversi agenti e manifestanti sono rimasti feriti. Gli slogan contro la polizia, tra cui accuse collettive rivolte agli uomini in divisa, hanno provocato la reazione della maggioranza, che ha denunciato un tentativo di utilizzare la tragedia per delegittimare l’intero apparato di sicurezza.


Le opposizioni hanno invece chiesto al Governo di non ridurre la vicenda a una questione di ordine pubblico. Esponenti del Partito Democratico, del Movimento 5 Stelle e dell’Alleanza Verdi e Sinistra hanno sollecitato risposte sulle procedure adottate durante l’immobilizzazione e sulla preparazione degli operatori chiamati a intervenire in presenza di persone in crisi psichica. Secondo questa impostazione, difendere la credibilità delle forze dell’ordine significa anche individuare eventuali errori, verificare l’adeguatezza dei protocolli e impedire che il principio di tutela degli agenti si traduca in una forma di impunità. Dalla maggioranza è arrivata la replica che l’iscrizione nel registro degli indagati non equivale a una dichiarazione di colpevolezza e che la presunzione d’innocenza deve essere garantita anche agli operatori di polizia e ai soccorritori.


Il caso Fakir riapre così il confronto sull’uso della forza durante gli arresti, sulle tecniche di contenimento fisico e sulla gestione delle emergenze psichiatriche. Gli interventi in situazioni di forte agitazione richiedono una valutazione rapida dei rischi, ma possono diventare particolarmente pericolosi quando una persona viene mantenuta a lungo in posizione prona o sottoposta a una pressione che limita la respirazione. L’inchiesta dovrà stabilire se i protocolli siano stati rispettati e se, nelle circostanze concrete, esistessero modalità alternative per contenere l’uomo senza esporlo a un rischio fatale.


La richiesta di Meloni di accertare la verità senza alimentare il clima d’odio definisce la linea politica del Governo in una vicenda destinata a rimanere al centro del dibattito. Da una parte vi è il diritto della famiglia a conoscere con precisione ciò che è accaduto; dall’altra la necessità di evitare che una responsabilità ancora da dimostrare venga attribuita indistintamente a tutti gli appartenenti alle forze dell’ordine. Tra le immagini dell’immobilizzazione, le proteste di piazza e le contrapposizioni politiche, il compito di ricostruire i fatti resta ora affidato agli accertamenti tecnici e all’autorità giudiziaria.

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