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Lo scontro Israele-Iran come nuovo shock globale: il CSC rivede al ribasso le stime di crescita per l’Italia tra tensioni geopolitiche, caro energia e freni ai consumi

Il Centro Studi Confindustria ha lanciato un nuovo allarme sulle prospettive economiche italiane, colpito da un ulteriore elemento di instabilità geopolitica: la crescente tensione tra Israele e Iran. Secondo l’ultimo aggiornamento congiunturale pubblicato dal CSC, il conflitto in Medio Oriente si aggiunge a una già complessa combinazione di fattori critici – tra cui il rallentamento globale, la debolezza della domanda interna e l’incertezza monetaria – portando a un peggioramento delle attese sul PIL nazionale per il 2024 e 2025. L’economia italiana, già fragile dopo l’inflazione e le turbolenze legate alla guerra in Ucraina, si trova ora esposta a un ulteriore shock che rischia di deteriorare gli scenari sia per l’industria che per i consumi.


L’analisi del CSC rileva che la crescita in Italia è già debole, rallentata dall’inerzia degli investimenti e dalla frenata della produzione industriale. I dati mostrano che, dopo un primo trimestre 2024 positivo ma modesto (+0,3% rispetto al trimestre precedente), le attese per i mesi successivi si stanno raffreddando sensibilmente. Il secondo trimestre si preannuncia stagnante, con stime che non superano lo 0,1%, a causa dell’elevato grado di incertezza globale, ma anche per la persistente difficoltà delle famiglie a sostenere i consumi. L’inflazione, pur ridimensionata rispetto ai picchi del biennio precedente, continua ad incidere sui bilanci domestici, soprattutto nel comparto alimentare e nei beni energetici.


Il conflitto tra Israele e Iran rappresenta un potenziale punto di rottura per la fragile stabilità economica internazionale. L’area mediorientale è strategica per le forniture di petrolio e gas, e ogni escalation militare rischia di innescare una nuova ondata di rincari energetici. Il CSC sottolinea come i mercati abbiano già reagito con nervosismo agli ultimi sviluppi della crisi, con il prezzo del Brent tornato sopra i 90 dollari al barile e una rinnovata volatilità nei listini di gas e materie prime. L’Italia, fortemente dipendente dalle importazioni energetiche, è particolarmente vulnerabile a un nuovo shock sui prezzi dell’energia, che si tradurrebbe in un ulteriore freno alla produzione industriale e a un incremento dei costi per le imprese.


Il rischio di contagio sui tassi di interesse è un altro elemento di preoccupazione. Sebbene la Banca Centrale Europea abbia lasciato intravedere la possibilità di un primo taglio dei tassi nella seconda metà del 2024, le tensioni internazionali potrebbero indurre l’istituto a ritardare le mosse accomodanti. La stabilità dei mercati finanziari e la tenuta del debito sovrano, già messe alla prova dai rendimenti elevati dei titoli di Stato, risulterebbero ulteriormente sotto pressione. In questo contesto, anche il credito alle imprese rischia di restare compresso, penalizzando ulteriormente gli investimenti in innovazione e transizione energetica.


Il CSC mette in guardia anche sui potenziali effetti dei rincari energetici sull’inflazione percepita, che potrebbe riprendere quota nella seconda metà dell’anno. Gli aumenti attesi nei listini di carburanti e prodotti importati rischiano di annullare i benefici finora ottenuti sul fronte del rallentamento dell’indice generale dei prezzi. Un’eventuale risalita dell’inflazione porterebbe con sé un ulteriore indebolimento dei consumi, che secondo l’analisi di Confindustria restano la componente più stagnante della domanda aggregata. In particolare, si osserva una dinamica negativa nei consumi durevoli, come auto e elettrodomestici, penalizzati dalla perdita di potere d’acquisto reale delle famiglie.


Anche l’industria manifatturiera risente dell’instabilità. Il Centro Studi segnala che il PMI manifatturiero italiano è ancora sotto quota 50 – soglia che separa contrazione ed espansione – e che la produzione è rimasta debole nei settori chiave come meccanica, chimica e metallurgia. Le esportazioni, tradizionale motore dell’economia italiana, sono in fase di rallentamento a causa del calo della domanda internazionale, in particolare nei mercati extra UE, e della crescente competizione asiatica. La situazione delle imprese italiane appare ulteriormente complicata da una domanda interna fiacca e da una pressione sui costi ancora rilevante.


Il CSC ribadisce l’urgenza di un intervento coordinato tra politica fiscale e industriale per rilanciare la crescita. In particolare, si chiede al Governo di accelerare l’attuazione del PNRR, con un focus maggiore sugli investimenti produttivi e sulle infrastrutture, e di evitare tagli lineari alla spesa pubblica che potrebbero aggravare la stagnazione. La priorità, secondo l’analisi, dovrebbe essere quella di rafforzare la capacità di spesa degli enti locali, sostenere l’innovazione tecnologica delle imprese e riformare i meccanismi di incentivazione fiscale in chiave anticiclica.


Il contesto geopolitico incerto impone, secondo il CSC, una gestione attenta dei conti pubblici, ma anche una maggiore flessibilità nell’uso della politica economica per contrastare la debolezza congiunturale. I margini di manovra, seppur limitati, possono essere utilizzati per politiche di sostegno alla domanda, riduzione del cuneo fiscale e promozione dell’occupazione giovanile. La stabilità sociale, ricorda Confindustria, è una condizione imprescindibile per affrontare una fase così critica senza compromettere la coesione del Paese.

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