La Russia sull’orlo della recessione: l’allarme del ministro dell’economia dopo il rallentamento del Pil e la crisi dell’industria non bellica
- piscitellidaniel
- 19 giu
- Tempo di lettura: 4 min
Durante il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, il ministro russo dell’Economia Maksim Reshetnikov ha lanciato un monito che segna una discontinuità nel discorso ufficiale del Cremlino: secondo quanto dichiarato, il Paese sarebbe “sull’orlo della recessione”, e molti operatori economici “già la percepiscono nei fatti”. Questa affermazione, rilasciata a margine di un evento tradizionalmente celebrativo per l’economia russa, ha sollevato reazioni immediate non solo all’interno della comunità economica nazionale ma anche nei mercati internazionali, che iniziano a considerare più concretamente la fine del ciclo espansivo registrato negli ultimi due anni.
La dichiarazione del ministro arriva dopo mesi in cui il governo russo aveva descritto l’economia del Paese come “resiliente”, nonostante l’isolamento commerciale dovuto alle sanzioni occidentali seguite all’invasione dell’Ucraina nel 2022. In effetti, il Prodotto interno lordo della Federazione aveva mostrato un incremento superiore al 3,5% nel 2023 e una crescita oltre il 4% su base annua nel primo semestre del 2024. Tuttavia, secondo le ultime rilevazioni del Ministero dell’Economia, nel secondo trimestre del 2025 si sarebbe già manifestato un rallentamento significativo, dovuto in larga parte alla stagnazione dei settori non legati alla difesa.
La spinta espansiva degli ultimi anni è stata infatti sostenuta in modo massiccio dalla spesa pubblica militare, che ha assorbito risorse, forza lavoro e capacità produttiva. Il “modello di economia di guerra” adottato da Mosca ha favorito una crescita artificiale legata all’industria bellica, ma ha anche progressivamente marginalizzato comparti produttivi tradizionali, come l’agricoltura, il tessile e l’automotive civile. Secondo il Centro di Analisi Macro di Mosca, il settore manifatturiero non militare ha registrato nel mese di maggio un calo del 2,8%, con indicatori di fiducia delle imprese al livello più basso dal 2021.
A pesare ulteriormente è stato il livello elevato dei tassi di interesse, mantenuti al 16% dalla Banca centrale russa per contrastare l’inflazione, che ha toccato il 7,8% su base annua nel mese di maggio. Questo ha penalizzato gli investimenti privati, già ridotti ai minimi da tre trimestri consecutivi. Anche il rublo ha mostrato segni di indebolimento: pur rimanendo relativamente stabile nei confronti del dollaro, ha perso oltre il 10% del suo valore rispetto allo yuan cinese negli ultimi sei mesi, segnalando una crescente dipendenza della Russia dai partner asiatici e una ridotta capacità di attrarre valuta forte nei canali commerciali ufficiali.
Nel frattempo, sul fronte occupazionale, i segnali sono contrastanti. Se è vero che la disoccupazione ufficiale è ancora sotto il 3%, va detto che l’economia militare ha assorbito una quota rilevante della forza lavoro giovanile, con un conseguente calo della produttività nei settori civili. Il reddito reale disponibile ha iniziato a diminuire da marzo, in particolare nelle aree rurali e nei distretti urbani industriali, tradizionalmente meno beneficiati dalla spesa pubblica. Inoltre, l’emigrazione tecnica – ovvero la fuga di ingegneri, programmatori, ricercatori e imprenditori digitali – prosegue senza sosta: secondo il think tank RANEPA, oltre 800.000 professionisti qualificati hanno lasciato il Paese tra il 2022 e il 2025, privando la Russia di risorse cruciali per lo sviluppo di una nuova base economica post-bellica.
Il ministro Reshetnikov ha sottolineato anche la necessità di una riforma strutturale del sistema industriale e ha auspicato un allentamento della stretta monetaria per sostenere i consumi. Ma le possibilità di intervento restano limitate: da un lato, la Banca centrale, guidata da Elvira Nabiullina, ha confermato che i tassi resteranno elevati almeno fino all’autunno, per contenere le pressioni inflazionistiche e stabilizzare i flussi valutari; dall’altro, il bilancio statale è fortemente sbilanciato verso la spesa militare, che rappresenta ormai oltre il 35% del budget federale.
Anche il commercio estero mostra segni di fragilità. Le esportazioni di energia, ancora la colonna portante del bilancio della Federazione, hanno subito una contrazione dell’8% nei primi cinque mesi del 2025 rispetto allo stesso periodo del 2024. Il calo dei prezzi del petrolio e la concorrenza crescente del gas liquefatto statunitense e qatariota in Asia hanno messo sotto pressione Gazprom e Rosneft, costringendo il governo a intervenire con sussidi e sostegni. Allo stesso tempo, l’embargo europeo su gran parte dei prodotti russi ha costretto Mosca a riorientare il proprio export verso Paesi dell’Asia centrale, dell’Africa e dell’America Latina, ma senza compensare i volumi persi con l’Occidente.
Un ulteriore problema riguarda le catene logistiche. Le sanzioni internazionali hanno ridotto la disponibilità di componenti e macchinari avanzati, costringendo le imprese russe a ricorrere a fornitori di seconda fascia e a tecnologie meno performanti. Questo sta generando un effetto cumulativo sul piano della produttività: il rallentamento della modernizzazione industriale si traduce in minori capacità di adattamento, minore competitività e, nel medio periodo, un ulteriore appesantimento del quadro macroeconomico.
Il quadro delineato da Reshetnikov al Forum di San Pietroburgo rappresenta dunque un cambio di tono radicale rispetto alla retorica dominante degli ultimi due anni. L’ammissione pubblica del rischio recessione da parte di un ministro in carica, in un contesto così istituzionale, segna un punto di svolta nel racconto dell’economia russa e apre a scenari che potrebbero rimettere in discussione la sostenibilità del modello economico imperniato sulla spesa bellica. Tuttavia, al momento, non sembrano emergere né dal Cremlino né dalla Duma piani concreti per un’inversione di rotta che metta al centro l’economia civile e gli investimenti strutturali non militari.

Commenti