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La Nato, Sánchez e il giallo sulla quota spagnola: 2,1% o 3,5%? Polemica sulle spese militari di Madrid

Nel contesto del vertice Nato di giugno, una polemica interna ed esterna sta animando il dibattito politico spagnolo. Al centro della controversia si trova il primo ministro Pedro Sánchez, accusato di aver comunicato dati ambigui o quantomeno confusi sul reale livello della spesa militare spagnola. L’oggetto del contendere è la quota di PIL che la Spagna destina alla difesa: Sánchez ha affermato che la cifra si avvicina al 3,5%, mentre secondo il calcolo standard utilizzato dalla Nato il contributo si attesterebbe appena sopra il 2,1%. La differenza tra le due percentuali ha scatenato una ridda di polemiche politiche, mediatiche e diplomatiche.


Durante un’intervista a margine del vertice, il premier spagnolo ha rivendicato un forte impegno di Madrid sul fronte della difesa comune, sostenendo che la Spagna avrebbe già superato di molto l’obiettivo del 2% del PIL fissato dagli accordi dell’Alleanza Atlantica. Nello specifico, Sánchez ha parlato di un impegno “superiore al 3,5%” se si considerano anche “le missioni all’estero, la spesa per cyberdifesa e gli investimenti indiretti in ambiti tecnologici e dual use”. Questa affermazione, tuttavia, è stata subito messa in discussione da fonti ufficiali della Nato, secondo cui la quota standard si calcola tenendo conto soltanto delle spese strettamente riconducibili al bilancio militare.


L'ultimo rapporto ufficiale dell’Alleanza, pubblicato pochi giorni prima del summit, indica infatti che la Spagna nel 2024 spenderà circa il 2,13% del proprio PIL in difesa, in crescita rispetto all’1,26% del 2022 e all’1,64% del 2023. Questo progresso è stato già accolto positivamente, ma non coincide con le cifre dichiarate dal premier. Le istituzioni europee e gli altri partner Nato non includono, nel computo della spesa militare, investimenti civili ad uso duale o spese relative a sicurezza interna, protezione civile o ricerca tecnologica non direttamente militare. Per questa ragione, la cifra del 3,5% viene considerata “fuorviante” da più osservatori.


Il caso ha avuto una risonanza immediata nel dibattito politico interno. I principali partiti di opposizione, a partire dal Partito Popolare, hanno accusato Sánchez di voler manipolare i dati per accreditarsi sul piano internazionale, mascherando al tempo stesso le critiche interne sulla partecipazione della Spagna alle missioni Nato. Vox ha parlato apertamente di “dati gonfiati per fini propagandistici”, mentre Ciudadanos ha chiesto un’audizione urgente del ministro della Difesa Margarita Robles per chiarire la reale allocazione del bilancio.


Dal canto suo, il governo ha ribadito che l’impegno spagnolo nel rafforzamento della difesa collettiva è concreto e in costante crescita. Il piano di modernizzazione delle forze armate, varato nel 2023 e potenziato nel 2024, prevede un investimento pluriennale che porterà entro il 2029 al superamento del 2,5% del PIL in spese militari certificate secondo i criteri Nato. Inoltre, si sottolinea il ruolo della Spagna in missioni chiave come quella in Lettonia, nel Mediterraneo centrale e nell’addestramento delle forze ucraine, considerato un apporto non solo militare ma anche politico-strategico alla coesione dell’Alleanza.


Al di là della questione numerica, il nodo evidenzia la crescente pressione sugli Stati membri per incrementare la propria quota di spesa militare in un contesto globale sempre più instabile. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’obiettivo del 2% del PIL è diventato un parametro politico oltre che contabile. Paesi come Polonia, Lituania, Estonia e Stati Uniti hanno già superato ampiamente questa soglia. La Germania ha promesso di rispettarla a partire dal 2025. La Francia è prossima al 2,4%. La Spagna, insieme all’Italia e ad altri membri del Mediterraneo, viene spesso percepita come in ritardo, anche se l’accelerazione degli ultimi due anni è tangibile.


Il giallo dei numeri ha dunque un riflesso anche geopolitico: essere percepiti come credibili all’interno dell’Alleanza significa anche riuscire a influenzarne la linea strategica, e non solo partecipare agli sforzi collettivi. La Spagna, che ambisce a un ruolo più rilevante nella costruzione della difesa europea, non può permettersi ambiguità nei propri impegni di bilancio.


In parallelo, il tema delle spese militari è diventato anche un nodo sensibile per l’opinione pubblica spagnola. I sondaggi indicano una crescente attenzione verso la sicurezza internazionale, ma anche una persistente diffidenza verso l’aumento delle spese in armamenti, in un contesto economico in cui l’inflazione resta alta e i salari faticano a tenere il passo. Le organizzazioni pacifiste e alcune sigle sindacali hanno criticato la narrativa del governo, chiedendo maggiore trasparenza e una discussione parlamentare sulle priorità di bilancio.


La questione resta aperta, mentre il vertice Nato si avvia alla sua conclusione con nuove pressioni su tutti i membri per garantire “una difesa condivisa, solida, efficiente e misurabile”. In questo quadro, la chiarezza sui numeri diventa uno strumento di credibilità tanto quanto l’effettiva capacità militare. E il caso spagnolo dimostra come la guerra delle cifre sia, oggi più che mai, anche una questione di diplomazia e legittimazione politica.

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