L’economia del mare vale 216 miliardi: Confindustria chiede un piano nazionale per potenziare porti, logistica e cantieristica
- piscitellidaniel
- 15 lug
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L’economia del mare in Italia ha raggiunto un valore complessivo di 216 miliardi di euro, pari all’11% del PIL nazionale, evidenziando un potenziale strategico che Confindustria ritiene ancora sottoutilizzato. È quanto emerso dal convegno “Italia: l’Europa e il mare”, promosso da Confindustria, dove il presidente Emanuele Orsini ha invocato un piano nazionale per rilanciare il comparto attraverso un deciso potenziamento delle infrastrutture logistiche, dei porti e dell’industria cantieristica. Il mare, ha sottolineato Orsini, non è soltanto un vettore di trasporto o una risorsa ambientale, ma una vera e propria direttrice industriale su cui si gioca la competitività del sistema Paese.
Secondo i dati forniti da Confindustria, il settore dà occupazione a oltre 950mila addetti, generando un valore aggiunto diretto di 65 miliardi di euro, cui si sommano le ricadute indirette su numerose filiere: dai trasporti alla cantieristica, dal turismo nautico alla pesca, passando per l’industria energetica off-shore e la difesa marittima. In particolare, la portualità italiana si conferma un nodo nevralgico del commercio internazionale, con oltre 480 milioni di tonnellate di merci movimentate ogni anno, di cui circa il 40% legate all’import-export con i Paesi extra UE.
Tuttavia, il sistema infrastrutturale marittimo nazionale presenta ancora criticità evidenti: bassa interoperabilità tra porti e rete ferroviaria, carenze nei collegamenti stradali secondari, lungaggini burocratiche e una programmazione frammentata degli investimenti. La richiesta di Confindustria è quella di un coordinamento nazionale forte, che assuma come priorità strategica il rilancio dell’economia blu, superando l’attuale frammentazione di competenze tra enti locali, Autorità di sistema portuale, ministeri e agenzie pubbliche.
Uno dei punti cardine dell’intervento richiesto da Confindustria riguarda il completamento delle Zone Economiche Speciali (ZES), con particolare riferimento al Mezzogiorno. Le ZES, se ben strutturate, rappresentano un volano di attrattività per gli investimenti esteri e uno strumento per la riconversione produttiva dei territori portuali in declino. Tuttavia, la loro piena operatività è ostacolata da ritardi normativi e da una governance ancora incerta. Per Orsini è necessario rafforzare il coordinamento centrale e semplificare le procedure autorizzative, rendendo le ZES realmente funzionali allo sviluppo.
Altro punto critico sollevato è quello relativo alla logistica e alla digitalizzazione delle catene del valore. In un contesto globale dominato da tensioni geopolitiche, rincari energetici e ridefinizione delle rotte commerciali, l’efficienza logistica diventa determinante. L’Italia, secondo Confindustria, deve accelerare sull’automazione dei porti, sul tracciamento digitale delle merci, sull’integrazione tra sistemi doganali e sulla formazione di competenze specialistiche in logistica e commercio internazionale.
Particolare attenzione è stata riservata al tema della cantieristica navale, dove l’Italia detiene una posizione di assoluto rilievo a livello mondiale. Il nostro Paese è leader nella costruzione di yacht di lusso e vanta importanti capacità produttive anche nel settore delle navi passeggeri e militari. Tuttavia, la concorrenza asiatica e le difficoltà nell’accesso al credito rischiano di indebolire il comparto. Confindustria propone un piano di incentivi per la transizione ecologica dei cantieri, l’adozione di tecnologie green e l’integrazione della produzione con le filiere tecnologiche avanzate, in linea con gli obiettivi del Green Deal europeo.
Un altro fronte sul quale si chiede intervento è quello della sicurezza marittima e della difesa delle infrastrutture critiche. Gli attacchi informatici ai porti, le crisi del Mar Rosso, l’instabilità nei traffici del Mediterraneo Orientale impongono, secondo gli industriali, un rafforzamento della capacità di monitoraggio e risposta, anche attraverso la cooperazione tra Marina Militare, Guardia Costiera, imprese e centri di ricerca. Il mare è sempre più anche un teatro geopolitico, e l’Italia – che si affaccia su tre mari e ospita alcuni degli snodi commerciali più strategici d’Europa – non può permettersi di restare indietro.
Il convegno ha infine messo in evidenza come l’economia del mare rappresenti un’area di convergenza ideale tra politiche industriali, ambientali ed energetiche. La produzione energetica da fonti rinnovabili marine – in particolare l’eolico off-shore – rappresenta una delle leve più promettenti per la decarbonizzazione, ma richiede una pianificazione a lungo termine, chiarezza normativa e investimenti in ricerca e sviluppo. Anche il turismo nautico e balneare, che contribuisce in modo significativo alla bilancia commerciale del Paese, necessita di una governance più integrata e di infrastrutture moderne e sostenibili.
Il messaggio lanciato da Confindustria è chiaro: l’economia del mare non è una voce marginale del PIL italiano, ma un ecosistema articolato e strategico, che necessita di visione politica, investimenti mirati e una cabina di regia nazionale. In un mondo in cui la competizione tra Paesi si gioca sempre più sulla capacità di connettere territori, merci e competenze, il mare rappresenta per l’Italia non solo una risorsa naturale, ma una direttrice economica fondamentale su cui costruire una nuova stagione di crescita.

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