L’avvocatura generale della Corte UE conferma la multa da 4,1 miliardi a Google: abuso di posizione dominante con Android e vincoli imposti ai produttori
- piscitellidaniel
- 19 giu
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La Corte di Giustizia dell’Unione Europea si avvia verso una decisione che potrebbe costituire un precedente storico per la regolazione dei colossi digitali: l’avvocata generale Juliane Kokott ha espresso il proprio parere a favore della Commissione europea nella lunga disputa che vede coinvolta Google per abuso di posizione dominante nel mercato mobile. Il caso, che riguarda il sistema operativo Android, è al centro di uno dei contenziosi antitrust più rilevanti degli ultimi decenni e verte su una multa da 4,125 miliardi di euro, comminata originariamente nel 2018 e già parzialmente ridotta in appello.
Secondo Kokott, che ricopre un ruolo consultivo ma di forte influenza nelle decisioni finali della Corte, il ricorso presentato da Google non ha basi giuridiche solide. La società è accusata di aver imposto, ai produttori di dispositivi mobili, la preinstallazione delle proprie applicazioni principali – in particolare Google Search, Chrome e il Play Store – come condizione per ottenere la licenza di Android e l’accesso ai servizi Google. Questa strategia, secondo la Commissione europea, ha limitato la concorrenza, ostacolando la diffusione di motori di ricerca alternativi e browser concorrenti, consolidando il monopolio di fatto dell’ecosistema Google nel settore mobile.
L’avvocata Kokott ha confermato che il comportamento dell’azienda ha avuto effetti anticoncorrenziali rilevanti. In particolare, ha sottolineato come i cosiddetti Mobile Application Distribution Agreements (MADA) e gli Anti-Fragmentation Agreements (AFA) abbiano impedito ai produttori di sviluppare e distribuire versioni alternative di Android (i cosiddetti “fork”), forzandoli a rimanere all’interno dell’universo di regole imposto da Google. Inoltre, ha respinto l’argomentazione dell’azienda secondo cui la preinstallazione non avrebbe impedito agli utenti di scaricare altre applicazioni, evidenziando come il comportamento di default abbia un effetto fortemente dissuasivo per la concorrenza.
La decisione della Corte di Giustizia, attesa nei prossimi mesi, difficilmente si discosterà dal parere dell’avvocata generale, che viene seguito nell’80% circa dei casi. Se la sentenza confermerà l’impostazione della Commissione, la multa da 4,1 miliardi diventerà definitiva, rappresentando la più alta mai inflitta a una singola impresa per violazioni antitrust in Europa. Ma al di là della sanzione, il vero impatto sarà sistemico: si tratterebbe di una conferma della linea dura dell’UE contro le pratiche anticoncorrenziali delle Big Tech, in un momento in cui Bruxelles ha già introdotto nuove normative, come il Digital Markets Act, proprio per contenere l’influenza dei cosiddetti gatekeeper.
Google, dal canto suo, ha sempre respinto le accuse, sostenendo che Android è un sistema aperto e che i produttori sono liberi di installare anche altri software. Secondo la difesa, le pratiche contestate avrebbero garantito una migliore esperienza utente, evitando frammentazioni e incompatibilità tra dispositivi, incentivando al contempo l’innovazione. Ma la Commissione europea ha rilevato che il controllo esercitato da Google non ha lasciato spazi significativi a modelli alternativi e che la quota di mercato della sua applicazione Search in ambiente mobile ha superato il 95% in diversi Stati membri proprio in virtù di tali vincoli.
Nel frattempo, la società guidata da Sundar Pichai ha avviato una ristrutturazione delle condizioni contrattuali offerte ai produttori europei, cercando di adeguarsi agli orientamenti regolatori dell’UE. Ha introdotto, ad esempio, la possibilità di installare app e servizi concorrenti, e ha modificato il modello di licenza per Android nel mercato europeo. Tuttavia, secondo la Commissione e secondo Kokott, queste modifiche sono arrivate solo dopo l’apertura del procedimento e non cancellano gli effetti distorsivi delle pratiche pregresse.
Il contenzioso attuale si inserisce in un quadro più ampio di azioni intraprese dalla Commissione nei confronti di Google. Negli ultimi anni, l’azienda è stata già colpita da altre due sanzioni per abuso di posizione dominante: una relativa a Google Shopping, per 2,42 miliardi di euro, e una legata agli accordi di esclusività con AdSense, da 1,49 miliardi. Complessivamente, le multe imposte a Google in Europa superano ormai gli 8 miliardi di euro. La portata del caso Android, però, è particolarmente simbolica, perché tocca la struttura stessa dell’ecosistema mobile su cui Google ha costruito una parte centrale del proprio impero economico e pubblicitario.
La pronuncia definitiva della Corte sarà un banco di prova anche per la tenuta del diritto europeo della concorrenza nel contesto digitale, sempre più sotto pressione per rispondere alle trasformazioni rapide del mercato. Il caso Google-Android diventa così un esempio paradigmatico della sfida che le istituzioni europee stanno cercando di affrontare per bilanciare innovazione, potere di mercato e tutela dei consumatori. Qualora la multa venisse confermata, potrebbe aprire la strada a ulteriori azioni da parte di concorrenti danneggiati, anche sul piano civile, oltre a rafforzare il potere negoziale della Commissione nelle nuove regolamentazioni in via di attuazione.
La posizione espressa da Juliane Kokott rappresenta quindi un passaggio chiave non solo nella vicenda giudiziaria di Google, ma anche nel più ampio confronto tra le grandi piattaforme tecnologiche e le autorità pubbliche. Un confronto che nei prossimi mesi continuerà a produrre effetti rilevanti sul modo in cui vengono definiti gli equilibri di mercato nel digitale.

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