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Khamenei avverte gli Stati Uniti: se ci attaccano, pagheranno un caro prezzo

Ali Khamenei, guida suprema dell’Iran, ha lanciato un duro avvertimento agli Stati Uniti, dichiarando che un eventuale attacco contro il suo Paese comporterebbe “un prezzo molto alto” per Washington. Il messaggio, pronunciato durante un incontro con ufficiali e dirigenti delle forze armate, arriva in un momento di altissima tensione nello scacchiere mediorientale, con l’Iran impegnato a rafforzare la propria postura militare e diplomatica dopo settimane segnate da dichiarazioni incrociate, manovre strategiche e scontri indiretti.


Il leader iraniano ha precisato che la Repubblica islamica “non ha intenzione di iniziare alcuna guerra”, ma ha ribadito che l’Iran non esiterà a rispondere con forza nel caso in cui venga attaccato. Secondo Khamenei, il Paese ha una capacità difensiva solida e una volontà incrollabile di resistere a qualsiasi forma di intimidazione straniera. Le sue parole, rivolte non solo agli Stati Uniti ma anche ai loro alleati regionali, sono state pronunciate con il tono solenne che da sempre caratterizza i suoi interventi nei momenti di crisi.


A rendere ancora più grave la situazione è l’attuale fase di incertezza politica e militare che attraversa il Medio Oriente. La guerra a Gaza tra Israele e Hamas, le tensioni tra Hezbollah e lo Stato ebraico al confine con il Libano, e i raid attribuiti agli Usa o a Israele contro milizie filo-iraniane in Siria e Iraq, contribuiscono a rendere la regione una vera polveriera. L’Iran, da parte sua, continua a sostenere di non voler essere coinvolto in un conflitto diretto, ma accusa apertamente gli Stati Uniti di fomentare instabilità.


Sul piano interno, la leadership iraniana ha rafforzato la retorica antiamericana. Le dichiarazioni di Khamenei si inseriscono in una strategia più ampia, volta a consolidare il fronte interno in un momento di difficoltà economica causata dalle sanzioni occidentali e da un contesto geopolitico che ha acuito l’isolamento del Paese. Il messaggio alla nazione è chiaro: l’Iran non arretrerà di fronte a minacce o provocazioni.


A preoccupare è soprattutto il rischio che le parole si traducano in azioni. Gli Stati Uniti hanno recentemente incrementato la loro presenza navale nel Golfo Persico, rafforzando le proprie basi nella regione e mantenendo un costante stato di allerta in coordinamento con Israele e altri alleati. Dal canto suo, Teheran ha condotto test missilistici, simulazioni militari e rafforzato il proprio sistema di difesa aerea lungo i confini occidentali.


La comunità internazionale osserva con crescente inquietudine questo inasprimento. Le cancellerie europee, pur critiche nei confronti del programma nucleare iraniano e della sua influenza nelle aree di crisi, hanno invitato alla de-escalation, temendo che un’escalation armata possa innescare una guerra dagli esiti imprevedibili. L’ONU, attraverso il Segretario Generale António Guterres, ha chiesto un ritorno urgente al dialogo, ribadendo la necessità di evitare una deriva militare.


Il contesto in cui si inseriscono le parole di Khamenei è segnato anche dal recente fallimento delle trattative per il rilancio dell’accordo sul nucleare iraniano, il JCPOA. Dopo il ritiro unilaterale degli Stati Uniti nel 2018 sotto l’amministrazione Trump, i tentativi di ricostruzione del patto si sono arenati. L’Iran ha nel frattempo aumentato l’arricchimento dell’uranio oltre i limiti consentiti, suscitando nuove allarmi tra le potenze occidentali e in particolare da parte di Israele, che considera la minaccia nucleare iraniana una linea rossa invalicabile.


Le parole del leader supremo, quindi, non sono solo un messaggio diretto agli Stati Uniti ma anche una riaffermazione della posizione geopolitica iraniana in una fase di forte polarizzazione. Il Paese si propone come potenza regionale indipendente, pronta a sfidare apertamente l’egemonia occidentale e a rafforzare le proprie alleanze alternative, come quella con Russia e Cina, che nel contesto attuale sembrano sempre più strategiche per Teheran.


Nel frattempo, i segnali dal terreno non sono rassicuranti. Nelle acque dello Stretto di Hormuz, i movimenti delle flotte militari si intensificano, mentre nei cieli della Siria e dell’Iraq si moltiplicano le segnalazioni di droni e jet da combattimento. La sensazione è che basti un singolo errore di calcolo, una provocazione mal interpretata o un raid mal attribuito per trasformare la guerra a bassa intensità in una deflagrazione su larga scala. In questo quadro instabile, le parole di Khamenei suonano come una dichiarazione di intenti e un avvertimento che nessuno può permettersi di ignorare.

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