Israele offre 5.000 $ per lasciare i Territori occupati: Ben Gvir etichetta gli attivisti di Sumud come terroristi, tensioni in crescita
- piscitellidaniel
- 1 set
- Tempo di lettura: 3 min
Nelle ultime settimane, una nuova e controversa iniziativa proposta dal Ministero della Sicurezza Nazionale israeliano, guidato da Itamar Ben Gvir, sta suscitando reazioni forti e contrapposte. Il piano prevede incentivi economici fino a 5.000 dollari a favore dei civili palestinesi disposti a «lasciare volontariamente» la Cisgiordania, accompagnato da provvedimenti repressivi nei confronti degli attivisti del movimento Sumud, etichettati come terroristi. Il tutto avviene in un contesto politico e sociale denso di tensioni, con evidenti implicazioni su diritti, identità e geopolitica regionale.
Il programma di indennizzi economici rappresenta un tentativo strategico per spostare la demografia e consolidare il controllo su aree contese, veicolando un messaggio chiaro: l’emigrazione volontaria non solo è tollerata ma addirittura incentivata. Nondimeno, permane il sospetto che si tratti di una forma mascherata di coercizione, legata allo spossessamento e al desiderio di ridurre la presenza palestinese in aree considerate sensibili.
Parallelamente, il ministro Ben Gvir ha dichiarato che gli attivisti del movimento Sumud — espressione araba di “resilienza” e fierezza — devono essere trattati come terroristi. Queste affermazioni si inseriscono in una più ampia strategia di delegittimazione nei confronti delle organizzazioni pro-palestinesi, riducendo l’attivismo civile e la mobilitazione culturale a un reato. Ma Sumud non è un’onda occasionale: è un movimento che a giugno scorso ha dato vita, insieme ad altre reti, alla prima Global Sumud Flotilla — una flotta civile nonviolenta diretta a Gaza per rompere il blocco navale imposto da Israele e recapitare aiuti umanitari.
Il progetto della flottiglia, supportato da attivisti provenienti da oltre quaranta paesi, tra cui anche personalità internazionali come Greta Thunberg, è stato preceduto da una Marcia globale verso Gaza, capillare e partecipata, rimandando un messaggio di solidarietà concreto (66 delegazioni da 54 paesi hanno raggiunto Rafah). Le successive imbarcazioni, salpate da porti del Mediterraneo come Barcellona, Tunisi e Genova tra fine agosto e inizio settembre, hanno forzato il discusso blocco navale in modo pacifico, con l’aiuto di medici, giuristi, artisti e cittadini comuni.
Per questo motivo, Somud non può essere letta solo come protesta: rappresenta una lotta simbolica e materiale contro l’assedio, costruita dal basso e basata sull’azione diretta. Eppure, il governo israeliano ha risposto con repressione: attivisti sono stati fermati in acque internazionali, interrogati, molti rimpatriati; giornalisti e volontari rischiano incriminazioni, detenzioni e processi a norma di «entrata illegale». Anche la nave Madleen, con Greta Thunberg a bordo, è stata fermata e il suo equipaggio trattato come criminale.
In questo clima, il messaggio governativo è chiaro: chi partecipa ad azioni di solidarietà internazionale sarà soggetto a conseguenze pesanti, mentre l’indennizzo economico è una via “legittima” per depopolare aree strategiche. Dopo aver promosso questa strategia, il governo invia un chiaro monito: l’attivismo civile non violento — specie se diretto a sostenere Gaza — è ormai equiparato a una minaccia alla sicurezza nazionale.
Il risultato è un crescendo di tensione tra obiettivi politici di controllo territoriale e rivendicazioni d’identità e resistenza palestinese. Se per Israele Sumud rappresenta un problema di ordine pubblico, per molti attivisti è invece una testimonianza di dignità e volontà di presenza, a costo di rappresaglie politiche e repressione legale.
La questione va letta alla luce dell’evoluzione delle politiche di destra in Israele: la figura di Ben Gvir, formatosi in movimenti radicali come Kach e considerato una guida estrema della destra nazionalista, incarna una linea dura che propugna la “supremazia ebraica” e rifiuta qualsiasi concessione territoriale. Offerte economiche e dichiarazioni bellicose su Sumud compongono un copione non solo geopolitico ma identitario, di cui si fatica a prevedere le conseguenze a medio-lungo termine.
Di fronte alla contrapposizione tra chi spinge per una «pulizia demografica dolce» con incentivi monetari e chi decide di opporre resistenza civile, resta aperta la domanda: la solidarietà internazionale potrà cambiare qualcosa? E tra accuse di terrorismo e offerte in denaro, quale sarà il futuro dei palestinesi nei Territori Occupati?

Commenti