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Israele attacca obiettivi in Iran: escalation militare sul programma nucleare e tensioni globali

Israele ha condotto nelle ultime ore un attacco mirato contro infrastrutture militari e nucleari iraniane, alimentando uno scenario già gravemente instabile in Medio Oriente. L’azione, confermata da fonti militari e diplomatiche occidentali, rappresenta una delle più gravi escalation tra Tel Aviv e Teheran degli ultimi anni e pone interrogativi pesanti sulle implicazioni regionali e globali della crisi. Secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore, il blitz israeliano ha colpito installazioni ritenute strategiche per lo sviluppo del programma nucleare iraniano e alcuni siti collegati al lancio di droni e missili balistici.


L’attacco è avvenuto nelle prime ore del mattino, con l’impiego di aerei militari e missili a lunga gittata. Le esplosioni si sono verificate nella provincia di Isfahan, a sud di Teheran, dove ha sede uno dei principali complessi nucleari della Repubblica islamica, e in altre località considerate strategiche per l’industria militare iraniana. Le autorità iraniane hanno inizialmente minimizzato l’impatto dell’operazione, parlando di “intercettazioni riuscite” e “nessuna perdita rilevante”, ma nelle ore successive si sono moltiplicate le indicazioni di danni materiali a strutture chiave e a depositi di armamenti.


Il portavoce del governo israeliano non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali, mantenendo la consueta ambiguità strategica, ma fonti vicine all’esecutivo di Benjamin Netanyahu hanno lasciato intendere che l’operazione è stata concepita come un’azione preventiva per impedire il rafforzamento della capacità nucleare iraniana. Negli ultimi mesi, i rapporti dell’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) hanno registrato un’accelerazione dell’arricchimento dell’uranio da parte dell’Iran, che avrebbe accumulato materiale fissile a un livello di purezza superiore al 60%, tecnicamente vicino alla soglia per l’uso militare.


L’Iran, da parte sua, ha convocato d’urgenza l’ambasciatore svizzero – che rappresenta gli interessi statunitensi a Teheran – accusando Israele di “aggressione diretta” e promettendo “una risposta proporzionata e devastante”. Il ministro degli Esteri Hossein Amir-Abdollahian ha dichiarato che “l’attacco sionista dimostra il timore di Israele nei confronti della crescita del potere iraniano”, avvertendo che “le conseguenze si faranno sentire anche oltre la regione”. La Guida Suprema Ali Khamenei ha definito l’attacco “una provocazione imperdonabile” e ha convocato il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale per valutare le opzioni di risposta.


La comunità internazionale osserva con crescente preoccupazione l’evoluzione della crisi. Il presidente americano Joe Biden, informato in tempo reale dell’operazione israeliana, ha convocato un vertice con il Consiglio di sicurezza nazionale, esprimendo “forte preoccupazione per l’escalation” ma ribadendo “il diritto di Israele a difendersi dalle minacce esistenziali”. Tuttavia, diverse voci all’interno del Congresso e della diplomazia statunitense hanno chiesto a Tel Aviv di evitare operazioni unilaterali che possano compromettere ogni possibilità di negoziato.


Anche l’Unione Europea ha espresso “profonda inquietudine” per l’accaduto, chiedendo a tutte le parti coinvolte di esercitare la massima moderazione. L’Alto rappresentante Josep Borrell ha sottolineato che “ogni ulteriore escalation rischia di compromettere definitivamente il quadro di sicurezza regionale e di far naufragare ogni tentativo di rilancio dell’accordo sul nucleare iraniano”. La Russia ha condannato l’attacco definendolo “una violazione del diritto internazionale”, mentre la Cina ha chiesto “un immediato cessate il fuoco e la riapertura di un dialogo multilaterale sul dossier nucleare iraniano”.


Gli analisti militari concordano nel ritenere che l’attacco israeliano rappresenti un salto qualitativo nella strategia di contenimento del programma nucleare iraniano. Fino a oggi, Tel Aviv aveva privilegiato operazioni coperte – sabotaggi, attacchi informatici, eliminazioni mirate – ma l’azione militare diretta su suolo iraniano segna un cambio di passo, reso possibile anche dal contesto geopolitico attuale. Israele ritiene di non potersi più permettere un’attesa passiva, in un momento in cui l’Iran ha rafforzato la propria rete di alleanze regionali con Hezbollah, le milizie sciite irachene e gli Houthi in Yemen, intensificando la pressione militare su più fronti.


Il rischio ora è quello di un effetto domino. Hezbollah ha già minacciato “azioni di rappresaglia coordinate” in caso di ulteriori attacchi israeliani, mentre in Siria si registrano movimenti sospetti lungo il confine con le Alture del Golan. In Iraq, le milizie filo-iraniane hanno diramato un comunicato in cui annunciano “lo stato di allerta in difesa della nazione islamica”. A Gaza, Hamas ha espresso solidarietà al governo iraniano, invitando tutte le forze della “resistenza” a prepararsi a una risposta comune. La possibilità che il conflitto si allarghi a una dimensione regionale non è più solo un’ipotesi.


Sul fronte energetico, i mercati hanno reagito con forte volatilità. Il prezzo del petrolio è balzato oltre i 90 dollari al barile, mentre l’oro ha toccato nuovi massimi, considerato il clima di incertezza globale. Le borse internazionali hanno aperto in calo, in particolare in Europa, dove le piazze finanziarie temono ripercussioni sul commercio e sull’approvvigionamento energetico, già messo alla prova dalla guerra in Ucraina e dalle tensioni nel Mar Rosso.


Il rischio geopolitico si riflette anche sulle dinamiche interne nei Paesi coinvolti. In Israele, l’operazione ha suscitato un’ondata di consenso tra l’elettorato di destra e ha rafforzato la posizione del premier Netanyahu, alle prese con una crisi politica interna e con le proteste contro la riforma della giustizia. In Iran, il governo potrebbe usare l’attacco come leva per compattare l’opinione pubblica attorno al regime e giustificare un’ulteriore militarizzazione del Paese, in un contesto segnato da crescenti tensioni sociali ed economiche. In entrambi i casi, la polarizzazione si acuisce e riduce ulteriormente gli spazi per la diplomazia.


Il futuro degli accordi sul nucleare iraniano appare più incerto che mai. Dopo il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dal JCPOA nel 2018 e il fallimento dei tentativi di rilancio a Vienna, l’operazione militare israeliana rischia di segnare un punto di non ritorno. Teheran potrebbe decidere di accelerare ulteriormente il proprio programma atomico, usandolo come deterrente, mentre le cancellerie occidentali restano divise tra la linea del dialogo e quella della pressione massima. I prossimi giorni saranno decisivi per capire se si aprirà uno spiraglio diplomatico o se il Medio Oriente è destinato a precipitare in una nuova fase di conflitto aperto.

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