Israele arresta il Gran Muftì di Gerusalemme dopo la preghiera del venerdì ad Al-Aqsa: cresce la tensione nella Città Vecchia
- piscitellidaniel
- 25 lug
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Le autorità israeliane hanno arrestato, nella giornata di venerdì 25 luglio, il Gran Muftì di Gerusalemme, Sheikh Mohammad Hussein, al termine della preghiera settimanale nella moschea di Al-Aqsa. Il religioso, massima autorità islamica sunnita nei Territori palestinesi, è stato fermato all’interno del complesso della Spianata delle Moschee e scortato fuori dal sito dalle forze di sicurezza israeliane. L’episodio ha immediatamente sollevato proteste e preoccupazione tra la popolazione palestinese e nel mondo arabo, aumentando la già elevata tensione nella Città Vecchia di Gerusalemme.
Secondo quanto riferito da testimoni oculari e confermato da fonti ufficiali del Waqf islamico, Sheikh Hussein era appena uscito dalla moschea dopo aver guidato la preghiera del venerdì, quando è stato avvicinato da un contingente della polizia israeliana. L'arresto sarebbe avvenuto senza che venissero resi noti i motivi formali del fermo. Alcuni media palestinesi e testate arabe ipotizzano che la misura sia legata ad alcune affermazioni contenute nel sermone del Muftì, in cui avrebbe denunciato apertamente la situazione umanitaria a Gaza, parlando di “carestia deliberata” e di “punizione collettiva” inflitta alla popolazione civile.
Il Gran Muftì, figura di primo piano anche sul piano politico oltre che religioso, aveva già in passato criticato apertamente le operazioni militari israeliane nei Territori palestinesi e, in particolare, l’inasprimento del blocco a Gaza. Già nel 2021 e nel 2022 era stato brevemente fermato per presunti incitamenti alla violenza, ma questa volta l’arresto è avvenuto in un momento particolarmente delicato, in cui le frizioni religiose e politiche si intrecciano in modo esplosivo.
Il complesso della Spianata delle Moschee – noto agli ebrei come Monte del Tempio – è uno dei luoghi religiosi più sensibili al mondo. Ogni modifica allo status quo amministrativo o ogni percepita provocazione può dare luogo a manifestazioni, scontri e reazioni a catena che travalicano i confini della città. La gestione della moschea di Al-Aqsa è formalmente affidata al Waqf islamico, un’istituzione religiosa sotto il patrocinio giordano, ma le forze di sicurezza israeliane mantengono un controllo costante e capillare degli accessi e delle attività interne.
Dopo la diffusione della notizia dell’arresto, centinaia di fedeli si sono radunati nel quartiere arabo di Gerusalemme Est, intonando slogan in solidarietà con il Muftì e accusando Israele di profanare i luoghi santi. Anche da Ramallah, sede dell’Autorità Nazionale Palestinese, sono arrivate dure condanne. Il presidente Mahmoud Abbas ha definito l’arresto “una grave violazione della libertà religiosa e del diritto internazionale”, annunciando che verrà presentata una protesta formale presso le Nazioni Unite.
La reazione del mondo arabo non si è fatta attendere. Il ministero degli Esteri giordano ha convocato l’ambasciatore israeliano ad Amman per chiedere chiarimenti sull’episodio, definito “inaccettabile e pericoloso”. Anche l’Organizzazione per la Cooperazione Islamica ha emesso un comunicato in cui si condanna l’arresto del leader religioso e si chiede il rispetto dello status quo storico e religioso della moschea di Al-Aqsa.
Sul fronte israeliano, il portavoce della polizia si è limitato a confermare l’operazione, senza fornire dettagli specifici. Tuttavia, alcune fonti interne alla sicurezza, citate dalla stampa israeliana, indicano che l’arresto sarebbe collegato a una “valutazione del rischio di incitamento alla violenza” effettuata dopo l’ultimo sermone del Muftì. Secondo tali fonti, alcune espressioni utilizzate durante la predicazione avrebbero potuto essere interpretate come un incitamento all’azione contro le forze di sicurezza o contro i visitatori ebrei che nelle stesse ore si trovavano nei pressi del Muro del Pianto.
La vicenda si inserisce in un contesto già fortemente deteriorato. Negli ultimi mesi, le incursioni israeliane nei campi profughi della Cisgiordania, gli attacchi missilistici da Gaza e le continue restrizioni di accesso alla Spianata hanno esasperato la popolazione palestinese, che vede ogni atto delle autorità israeliane come parte di una strategia volta a modificare l’equilibrio religioso e demografico della città. La presenza crescente di gruppi nazional-religiosi israeliani che chiedono il diritto di pregare sul Monte del Tempio è vista con particolare allarme dalle autorità religiose musulmane, che temono un cambiamento strutturale dello status quo.
Il ruolo del Gran Muftì di Gerusalemme, in questo scenario, è simbolicamente cruciale. Egli non rappresenta solo l’autorità giuridico-religiosa per i fedeli musulmani della città, ma anche una voce politica di opposizione all’occupazione israeliana di Gerusalemme Est. L’arresto di Mohammad Hussein viene perciò percepito non solo come un atto contro la persona, ma come un attacco diretto al diritto della comunità musulmana di amministrare liberamente i propri luoghi sacri.
Anche alcune organizzazioni internazionali hanno espresso preoccupazione per l’accaduto. Human Rights Watch ha parlato di “abuso del potere di polizia e interferenza arbitraria con il culto religioso”, mentre Amnesty International ha invitato Israele a rilasciare immediatamente il religioso e ad astenersi da qualsiasi misura che possa limitare l’esercizio pacifico della libertà di espressione e di religione.
Nel tardo pomeriggio, alcune fonti legali palestinesi hanno fatto sapere che il Gran Muftì sarebbe stato rilasciato dopo qualche ora di interrogatorio, ma senza conferme ufficiali da parte israeliana. In attesa di una dichiarazione diretta da parte dello stesso Hussein, l’episodio continua ad alimentare tensioni sul piano locale e regionale, mentre la comunità internazionale osserva con crescente preoccupazione l’ennesima fiammata nella città simbolo del conflitto israelo-palestinese.

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