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Ishiba sotto assedio tra inflazione, dazi USA e crisi politica: il Giappone senza maggioranza parlamentare nel mezzo della tempesta economica

Il Giappone si trova in un passaggio critico della propria storia politica ed economica. Il primo ministro Shigeru Ishiba, in carica da appena sette mesi, affronta una crisi senza precedenti che mette a rischio la tenuta del suo esecutivo. Alle difficoltà economiche innescate da un’inflazione persistente e dalla nuova ondata di dazi imposta dagli Stati Uniti, si somma il terremoto politico causato dalla sconfitta della sua coalizione alle elezioni per la Camera Alta. Per la prima volta dal dopoguerra, la maggioranza è venuta meno in entrambe le camere del Parlamento, aprendo una fase di incertezza istituzionale che potrebbe condurre il paese a nuove elezioni anticipate o a un governo di larghe intese.


Il voto del 21 luglio ha segnato il punto più basso per il Partito Liberal Democratico (LDP) dal 2009. La coalizione di governo, composta da LDP e Komeito, ha ottenuto solo 47 seggi su 124 rinnovabili alla Camera Alta, scendendo a quota 122 su 248 complessivi. La soglia minima per la maggioranza assoluta è 125. Nonostante il LDP resti il primo partito, ha perso 18 seggi rispetto al 2022, mentre le opposizioni, frammentate ma in crescita, hanno conquistato terreno grazie al malcontento crescente verso la gestione economica e sociale del governo Ishiba.


Sul fronte interno, il problema principale è l’inflazione, che resta ben al di sopra del target della Banca del Giappone. I prezzi al consumo sono aumentati del 3,6% su base annua nel mese di giugno, con forti rincari nei beni alimentari e nei servizi. La politica monetaria ultraespansiva, mantenuta dalla BoJ con tassi ancora prossimi allo zero, non riesce più a compensare l’aumento del costo della vita, soprattutto per le famiglie a reddito fisso. Ishiba aveva promesso un piano di sostegno da 20 trilioni di yen per arginare l’impatto dell’inflazione sulle famiglie e rilanciare gli investimenti industriali, ma la misura si è rivelata insufficiente a invertire la percezione negativa di larghe fasce dell’elettorato.


Sul fronte esterno, la situazione è ulteriormente peggiorata con l’annuncio da parte degli Stati Uniti di un nuovo pacchetto di dazi sulle importazioni giapponesi, soprattutto nei settori dell’automotive e della componentistica elettronica. L’amministrazione Trump, tornata alla Casa Bianca dopo le presidenziali del novembre 2024, ha incluso il Giappone tra i paesi accusati di “concorrenza sleale”, colpendo esportazioni per un valore di circa 40 miliardi di dollari. L’industria giapponese dell’auto, che rappresenta una quota rilevante del PIL e dell’export, ha subito un duro contraccolpo, con Toyota, Nissan e Honda che hanno già annunciato tagli alla produzione e rivisto al ribasso le previsioni di utili per il 2025.


I dazi statunitensi si sommano agli effetti della svalutazione dello yen, che da un lato favorisce le esportazioni ma dall’altro aumenta il prezzo delle importazioni, aggravando ulteriormente l’inflazione interna. Il cambio yen-dollaro ha toccato quota 155, ai minimi da oltre trent’anni, spingendo la Banca del Giappone a valutare interventi sul mercato valutario per contenere la caduta della moneta. Tuttavia, l’efficacia di tali misure resta incerta, anche alla luce delle tensioni con Washington e della crescente sfiducia dei mercati nei confronti della stabilità politica del Giappone.


Sul piano politico, la figura di Ishiba appare sempre più indebolita. Considerato inizialmente un leader di transizione dopo le dimissioni di Fumio Kishida nel novembre 2024, Ishiba aveva promesso discontinuità e una rinnovata attenzione alla questione sociale. Il suo stile sobrio e istituzionale, lontano dalla retorica populista, non è però riuscito a conquistare la base elettorale. La mancanza di una strategia comunicativa efficace, unita alla lentezza nella risposta alle emergenze economiche, ha eroso il consenso anche all’interno dello stesso LDP, dove iniziano a emergere voci critiche e richieste di un cambio di leadership.


Il risultato elettorale ha spostato gli equilibri anche all’interno della Dieta, dove le opposizioni, pur divise, stanno cercando convergenze su singoli provvedimenti. In particolare, il Partito Costituzionale Democratico (CDP), la nuova formazione centrista Kibo no Nippon e il Partito Comunista Giapponese hanno annunciato l’intenzione di collaborare per bloccare le riforme fiscali e del lavoro proposte dal governo. In assenza di una maggioranza stabile, Ishiba sarà costretto a negoziare su ogni singolo provvedimento, con il rischio costante di veder naufragare l’azione legislativa.


Nelle ultime ore, diversi analisti internazionali hanno avanzato l’ipotesi di un governo tecnico o di un esecutivo di unità nazionale, scenario che però trova forti resistenze sia nel LDP che nelle opposizioni. Il rischio di elezioni anticipate si fa concreto, soprattutto se la sessione autunnale del Parlamento dovesse aprirsi con una nuova crisi di fiducia. La legge di bilancio 2026, attualmente in fase di preparazione, sarà il primo banco di prova per verificare la tenuta del governo e la possibilità di ricompattare una maggioranza.


Le incertezze politiche si riflettono anche sui mercati: la borsa di Tokyo ha registrato forti fluttuazioni negli ultimi giorni, e il rendimento dei titoli di stato decennali è salito sopra l’1%, un livello che non si vedeva da oltre un decennio. Gli investitori temono un rallentamento degli investimenti pubblici e privati, in un contesto reso ancora più fragile dalle tensioni commerciali globali e dalla dipendenza energetica del Giappone dalle forniture estere.


Nel frattempo, la popolazione esprime crescente insoddisfazione. I sondaggi pubblicati dopo il voto mostrano un calo di consenso per il governo Ishiba, con solo il 27% degli intervistati che ritiene il premier in grado di affrontare la crisi. Le manifestazioni contro il caro vita si sono moltiplicate a Tokyo, Osaka e Sapporo, mentre si registra un aumento delle adesioni sindacali nei comparti pubblici e industriali.


Shigeru Ishiba è ora chiamato a prendere decisioni decisive: affrontare il dissenso interno, ricostruire alleanze politiche, rilanciare l’economia in affanno e affrontare un contesto internazionale sempre più ostile. Il Giappone, che per decenni è stato sinonimo di stabilità istituzionale ed equilibrio macroeconomico, si ritrova oggi nel mezzo di una delle crisi più complesse dalla fine del dopoguerra. La sua capacità di risposta sarà determinante non solo per il futuro del suo governo, ma anche per la tenuta dell’intero sistema politico del Paese.

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