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Inflazione e tassi: il nuovo equilibrio fragile dell’economia europea

L’economia europea sta attraversando una fase di apparente stabilizzazione che, a uno sguardo più attento, rivela un equilibrio tutt’altro che solido. Dopo il picco inflattivo registrato nel biennio precedente, l’indice dei prezzi al consumo mostra segnali di raffreddamento, ma la dinamica sottostante resta disomogenea tra Paesi e settori. I beni energetici hanno ridotto la pressione complessiva, mentre i servizi continuano a manifestare incrementi persistenti, alimentati dal costo del lavoro e dalla rigidità della domanda interna.

Le politiche monetarie restrittive hanno prodotto effetti tangibili sul credito. Le imprese, in particolare le piccole e medie, risentono di condizioni di finanziamento più onerose e di criteri di concessione più selettivi. Questo frena gli investimenti produttivi proprio in una fase in cui la transizione digitale ed energetica richiederebbe capitali ingenti e visione di lungo periodo. Il rischio è quello di una crescita anemica, incapace di assorbire pienamente l’occupazione qualificata e di sostenere la competitività industriale.

Sul fronte dei consumi, le famiglie mostrano un comportamento prudente. L’erosione del potere d’acquisto non è stata completamente recuperata e la propensione al risparmio resta elevata, soprattutto nei Paesi dell’Europa meridionale. Questo atteggiamento contribuisce a contenere l’inflazione, ma al tempo stesso limita l’espansione della domanda interna, rendendo l’economia più dipendente dalle esportazioni in un contesto globale incerto.

La vera sfida per l’Europa è ora politica ed economica insieme. Da un lato, occorre evitare un irrigidimento eccessivo delle condizioni monetarie che soffochi la crescita. Dall’altro, serve una politica fiscale coordinata, capace di indirizzare risorse verso investimenti strategici senza riaccendere spinte inflattive. L’equilibrio tra disciplina e sviluppo sarà il discrimine tra una stagnazione prolungata e una ripresa strutturale.

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