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Industria lombarda in frenata: i dazi internazionali pesano sull’export e bloccano quattro aziende su dieci. Preoccupano automotive, meccanica e tessile

La Lombardia, cuore produttivo dell’economia italiana, sta attraversando una fase di rallentamento che preoccupa imprese e istituzioni. L’impatto dei nuovi dazi internazionali, introdotti negli ultimi mesi da Stati Uniti e Paesi asiatici, si sta riflettendo pesantemente sull’export regionale, colpendo in modo diretto i settori chiave della manifattura lombarda. Secondo le analisi diffuse dalle associazioni industriali, quattro aziende su dieci dichiarano di aver subito un calo di ordini e di produzione, con ricadute immediate sull’occupazione e sugli investimenti.


Il sistema industriale lombardo, che da solo genera circa un quarto del Pil nazionale, è fortemente esposto ai mercati esteri. La sua forza, costruita sulla qualità e sulla specializzazione, diventa oggi anche il suo punto di vulnerabilità. Le tensioni commerciali globali, i dazi imposti su componenti e materie prime e le difficoltà logistiche legate alle catene di approvvigionamento internazionali stanno minando la competitività di imprese che, fino a poco tempo fa, rappresentavano l’eccellenza del made in Italy nel mondo. I comparti più colpiti sono l’automotive, la meccanica di precisione, il tessile e l’industria chimico-farmaceutica, settori ad alta intensità tecnologica e fortemente integrati nei circuiti di esportazione.


Nell’automotive, in particolare, i dazi introdotti dagli Stati Uniti sui veicoli e sui componenti europei stanno creando un effetto domino che penalizza l’intera filiera lombarda. Aziende di Brescia, Bergamo e Milano, specializzate nella produzione di parti meccaniche, sistemi elettronici e materiali compositi, denunciano una contrazione degli ordini da parte dei grandi costruttori internazionali. Le case automobilistiche, costrette a rivedere le catene di fornitura, stanno riducendo i volumi di acquisto dall’Europa, privilegiando fornitori interni o asiatici per contenere i costi. Questo ha già determinato un calo della produzione in diversi distretti industriali e il ricorso a misure temporanee di sospensione del lavoro.


La situazione non è migliore per la meccanica, settore trainante dell’export lombardo. Le imprese che producono macchinari industriali, pompe, valvole e strumenti di precisione segnalano un aumento dei costi di importazione delle materie prime e un rallentamento nelle commesse internazionali, soprattutto verso mercati come la Cina e la Corea del Sud. Il blocco parziale di alcuni canali logistici e l’aumento dei costi energetici aggravano ulteriormente il quadro. Molte aziende stanno cercando di riorganizzare la produzione, puntando su mercati alternativi in Medio Oriente e America Latina, ma la transizione richiede tempo e risorse che non tutte sono in grado di sostenere.


Il tessile, settore storico della Lombardia con epicentro nel distretto di Como e nel Varesotto, è tra i comparti più fragili. L’aumento dei dazi sulle esportazioni di prodotti finiti e tessuti tecnici verso gli Stati Uniti e l’Asia ha determinato un calo significativo dei margini, già compressi dall’aumento del costo dell’energia e del trasporto. Le aziende più piccole, prive di reti commerciali internazionali proprie, faticano a mantenere i contratti con i grandi marchi della moda e dell’arredamento, che spostano parte della produzione in Paesi con regimi doganali più favorevoli. Il rischio, secondo le associazioni di categoria, è quello di una nuova fase di delocalizzazioni, con effetti negativi sull’occupazione e sulla competitività del territorio.


Anche il comparto chimico-farmaceutico, storicamente tra i più solidi, risente dell’instabilità dei mercati internazionali. Le imprese farmaceutiche lombarde, che esportano oltre il 70% della produzione, segnalano un rallentamento nelle forniture di principi attivi e una difficoltà crescente nel reperire materie prime, in gran parte importate dall’Asia. Gli aumenti dei costi logistici e doganali incidono sui margini e costringono le aziende a rivedere i piani di investimento. Nonostante ciò, il settore resta uno dei più resilienti, grazie alla capacità di innovazione e al sostegno dei poli di ricerca universitari.


Dal punto di vista macroeconomico, la frenata dell’industria lombarda si traduce in una contrazione dell’indice di produzione industriale, sceso secondo le ultime stime regionali di quasi due punti percentuali nel terzo trimestre. Il dato, pur in un contesto ancora positivo rispetto alla media nazionale, indica una tendenza preoccupante. L’export, motore della crescita lombarda, mostra segnali di rallentamento in quasi tutti i settori, con eccezione dell’agroalimentare e dell’energia rinnovabile, comparti meno colpiti dalle barriere commerciali.


Gli industriali chiedono al governo e alle istituzioni europee un intervento urgente per mitigare gli effetti dei dazi e per sostenere la competitività delle imprese esportatrici. Le proposte includono incentivi per l’internazionalizzazione, misure fiscali per compensare l’aumento dei costi logistici e un piano di investimenti sulle infrastrutture di trasporto. Le organizzazioni di categoria, tra cui Confindustria Lombardia, sottolineano l’importanza di rafforzare i rapporti diplomatici e commerciali con i Paesi partner, puntando su accordi bilaterali che riducano gli ostacoli doganali e favoriscano la cooperazione industriale.


Nonostante il quadro critico, la regione continua a dimostrare una forte capacità di adattamento. Molte aziende stanno investendo nella digitalizzazione dei processi produttivi e nella diversificazione dei mercati, cercando nuove opportunità in settori innovativi come l’aerospazio, la robotica e la sostenibilità energetica. La transizione verde rappresenta, per numerosi imprenditori, un’occasione di rilancio, ma richiede politiche industriali coordinate e una visione di lungo periodo.


Il rallentamento della manifattura lombarda, causato dai dazi e dal clima di incertezza internazionale, rischia di incidere sulla crescita complessiva dell’economia italiana. La regione, che da sola produce oltre il 20% dell’export nazionale, è un termometro della salute economica del Paese. Se la frenata dovesse protrarsi, gli effetti potrebbero estendersi anche al sistema bancario, ai servizi e alla filiera della logistica. Le imprese chiedono chiarezza e stabilità, condizioni indispensabili per tornare a investire e per affrontare le trasformazioni che il contesto globale impone con sempre maggiore urgenza.

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