In Thailandia l’ex premier Thaksin Shinawatra deve tornare in carcere
- piscitellidaniel
- 9 set
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La vicenda giudiziaria di Thaksin Shinawatra, ex primo ministro thailandese e figura politica tra le più influenti e controverse del Paese, conosce un nuovo capitolo. Dopo mesi di libertà condizionata, la Corte Suprema ha stabilito che l’ex leader dovrà tornare in carcere per scontare la parte residua della sua pena, riaccendendo un dibattito che intreccia giustizia, politica e stabilità istituzionale. La decisione è arrivata al termine di un lungo confronto tra le autorità giudiziarie e le pressioni politiche, e ha immediatamente generato proteste e manifestazioni in diverse città del Paese.
Thaksin, fondatore del movimento politico che ha dominato la scena thailandese per anni, è stato primo ministro dal 2001 al 2006, quando fu deposto da un colpo di Stato militare. Da allora la sua figura è stata al centro di un braccio di ferro costante tra le élite conservatrici e monarchiche da un lato, e i suoi sostenitori dall’altro, in gran parte provenienti dalle aree rurali e dalle fasce più povere della popolazione. Nel corso degli anni, Thaksin è stato accusato e condannato per diversi reati legati ad abusi di potere e corruzione, ma i suoi sostenitori hanno sempre denunciato una persecuzione politica orchestrata per impedirgli di tornare al potere.
Il ritorno in patria, avvenuto nel 2023 dopo anni di autoesilio, aveva suscitato grande clamore. L’ex premier, atterrato a Bangkok accolto da migliaia di sostenitori, era stato inizialmente condannato a otto anni di carcere, poi ridotti a uno solo grazie a un provvedimento di grazia reale. Successivamente, le sue condizioni di salute erano state giudicate precarie, tanto da consentirgli di trascorrere parte della detenzione in ospedale e successivamente di ottenere una libertà vigilata con limitazioni. Questa situazione aveva suscitato polemiche, con accuse di favoritismi e privilegi rispetto al trattamento riservato ai detenuti comuni.
La recente decisione della Corte cambia radicalmente lo scenario. I giudici hanno stabilito che non vi siano più le condizioni per prolungare la libertà vigilata e che Thaksin debba rientrare in carcere. Una mossa che ha un forte valore simbolico e che rischia di destabilizzare il fragile equilibrio politico raggiunto negli ultimi mesi. La Thailandia, infatti, è reduce da elezioni complesse e da un periodo di tensioni che hanno visto emergere nuovi protagonisti sulla scena politica, come il partito Move Forward, espressione delle giovani generazioni, che però è stato ostacolato da decisioni giudiziarie e da pressioni istituzionali.
Il ritorno in carcere dell’ex premier è percepito dai suoi sostenitori come un attacco mirato a ridimensionarne l’influenza, soprattutto alla luce del fatto che sua figlia Paetongtarn Shinawatra ha assunto un ruolo di rilievo all’interno del Pheu Thai Party, la principale forza politica vicina all’ex premier. Il timore delle autorità è che il carisma e le capacità di Thaksin possano nuovamente condizionare il dibattito politico e riaccendere tensioni sociali. Per questo, la decisione della Corte appare anche come un segnale indirizzato al suo partito e alle sue ambizioni future.
Le manifestazioni esplose dopo la notizia dimostrano quanto la società thailandese resti profondamente divisa. Da un lato vi è una parte della popolazione urbana e conservatrice che considera Thaksin un leader corrotto, responsabile di aver minato le istituzioni e di aver piegato l’apparato statale ai suoi interessi personali. Dall’altro, milioni di cittadini, soprattutto nelle campagne e nelle province del nord, continuano a vederlo come il politico che ha dato voce ai più poveri, introducendo programmi di welfare innovativi e investimenti mirati alla crescita delle comunità rurali. Questa spaccatura sociale e politica rappresenta uno dei nodi più difficili da sciogliere per la Thailandia.
La decisione della Corte si inserisce inoltre in un contesto più ampio, in cui la magistratura e le istituzioni legate alla monarchia continuano a esercitare un ruolo decisivo sugli equilibri politici. Negli ultimi anni, diversi leader e movimenti progressisti sono stati limitati o messi fuori gioco da decisioni giudiziarie, alimentando il sospetto che la via giudiziaria venga utilizzata come strumento di controllo politico. Per molti osservatori, il caso Thaksin non fa che confermare questa dinamica, in un Paese in cui il potere reale si intreccia con quello formale, rendendo difficile distinguere i confini tra giustizia e politica.
Sul piano internazionale, la notizia ha destato attenzione, perché la Thailandia è considerata un attore strategico nel sud-est asiatico. La sua stabilità interna è fondamentale per gli equilibri regionali e per i rapporti con partner come Cina, Stati Uniti e Unione Europea. Eventuali nuove ondate di proteste potrebbero compromettere l’immagine di un Paese che, pur attraversato da profonde contraddizioni, rimane una delle economie più dinamiche della regione. La comunità internazionale osserva con cautela, consapevole che ogni crisi politica in Thailandia ha ripercussioni sull’intera area dell’ASEAN.
L’impatto di questa decisione non riguarda solo l’ex premier, ma l’intera traiettoria democratica della Thailandia. Negli ultimi vent’anni, il Paese ha vissuto cicli di avanzata e repressione, di aperture e colpi di Stato, in un’alternanza che ha impedito la costruzione di una piena stabilità istituzionale. La figura di Thaksin, nel bene e nel male, è diventata simbolo di questo percorso irregolare: un leader capace di trasformare radicalmente la politica thailandese, ma anche un personaggio divisivo, al centro di accuse e condanne che hanno alimentato conflitti e proteste.
Il ritorno in carcere dell’ex primo ministro rischia ora di riaprire ferite mai sanate. I suoi sostenitori hanno già annunciato nuove mobilitazioni, mentre il governo in carica si prepara a gestire le tensioni con misure di sicurezza rafforzate. La situazione resta fluida e incerta, con la possibilità concreta che il caso Thaksin diventi il catalizzatore di una nuova stagione di instabilità politica.

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