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Immigrazione, via libera della Corte Suprema USA: Trump potrà procedere con le espulsioni accelerate

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha sancito la legittimità di una misura centrale dell'agenda migratoria dell’ex presidente Donald Trump, dando il via libera all’applicazione accelerata delle espulsioni di migranti irregolari. Con una decisione votata a maggioranza conservatrice, i giudici supremi hanno ribaltato il verdetto di una corte federale d’appello che ne aveva sospeso l’efficacia, aprendo così la strada a una nuova stagione di rigore nelle politiche di frontiera. Si tratta di una svolta che avrà conseguenze immediate su migliaia di immigrati e che rischia di accendere ulteriormente il dibattito politico negli Stati Uniti a pochi mesi dalle elezioni presidenziali.


La misura in questione prevede la possibilità di espellere in via amministrativa, cioè senza il passaggio per un giudice federale, qualsiasi immigrato irregolare che non possa dimostrare di essere presente negli Stati Uniti da almeno due anni. Questo meccanismo, noto come “expedited removal”, era stato introdotto già nel 1996, ma l’amministrazione Trump ne aveva allargato l’applicazione nel 2019, rendendolo valido per un bacino molto più ampio di persone rispetto al passato. Le contestazioni legali non si erano fatte attendere e numerosi tribunali ne avevano sospeso l’efficacia, ritenendolo contrario al diritto alla difesa e al giusto processo.


Con la decisione della Corte Suprema, la misura torna pienamente in vigore. I giudici hanno ritenuto che l’azione del Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) rientri nelle prerogative dell’esecutivo in materia di controllo dell’immigrazione e non violi il principio costituzionale di accesso alla giustizia. L’orientamento espresso dalla maggioranza conservatrice della Corte – con sei voti favorevoli contro tre contrari – consolida la linea dura perseguita dai repubblicani e potrebbe costituire un precedente giuridico rilevante per ulteriori interventi normativi simili.


La sentenza arriva in un momento particolarmente delicato per l’amministrazione Biden, che si trova a gestire un sistema migratorio sotto pressione sia sul fronte politico che operativo. La Casa Bianca aveva criticato a più riprese le politiche dell’era Trump, definendole disumane e contrarie ai valori costituzionali, ma ha faticato a trovare un equilibrio tra le esigenze di sicurezza e quelle umanitarie. Negli ultimi mesi, anche Biden ha introdotto misure restrittive, tra cui una nuova stretta sugli ingressi lungo il confine con il Messico, segno evidente della difficoltà a gestire una materia così complessa senza incrinare il consenso elettorale.


Il ritorno al meccanismo delle espulsioni accelerate potrebbe colpire centinaia di migliaia di migranti che vivono negli Stati Uniti da meno di due anni senza documenti regolari. Le organizzazioni per i diritti civili, tra cui l’American Civil Liberties Union (ACLU), hanno espresso forti preoccupazioni. In particolare, temono che molte persone possano essere espulse in modo sommario senza la possibilità di ottenere una difesa legale adeguata, né di far valere eventuali richieste di asilo o protezione umanitaria. Inoltre, sottolineano come la misura possa incentivare controlli discriminatori da parte delle forze dell’ordine, basati su criteri etnici o razziali.


Dal punto di vista politico, la decisione rafforza la posizione di Trump, che ha fatto dell’immigrazione uno dei temi centrali della sua campagna elettorale per il ritorno alla Casa Bianca. L’ex presidente ha rilanciato negli ultimi giorni la promessa di “ripulire l’America” dalla presenza di clandestini, annunciando piani per la costruzione di nuovi centri di detenzione e per l’uso dell’esercito nella gestione dei rimpatri. Ha inoltre accusato l’attuale governo di aver indebolito il confine meridionale, favorendo l’ingresso incontrollato di migranti e alimentando la criminalità.


Nei fatti, l’implementazione del provvedimento richiederà uno sforzo organizzativo notevole. Il DHS dovrà ampliare le unità incaricate dei controlli interni, aumentare i voli per i rimpatri forzati e coordinarsi con i Paesi di origine per facilitare il rientro dei migranti espulsi. Non mancheranno difficoltà operative, a cominciare dalla necessità di accertare la reale data di ingresso sul territorio statunitense, spesso complicata dalla mancanza di documentazione ufficiale. Inoltre, l’afflusso di nuove richieste d’asilo o ricorsi legali potrebbe sovraccaricare i già lenti tribunali per l’immigrazione.


La comunità ispanica, storicamente tra le più coinvolte in questo tipo di provvedimenti, ha reagito con indignazione. Leader e associazioni latine parlano di “regressione giuridica” e di “criminalizzazione della povertà”, denunciando il rischio di vedere intere famiglie divise e lavoratori espulsi senza giustificazione, pur avendo contribuito per anni all’economia americana. Alcuni governatori democratici, tra cui quello della California, hanno annunciato l’intenzione di rafforzare le tutele locali per proteggere i migranti, ad esempio con il ricorso a fondi statali per offrire assistenza legale gratuita.


La sentenza della Corte Suprema, oltre a rappresentare un punto di svolta giuridica, conferma il ritorno della questione migratoria al centro del dibattito pubblico americano. L’opinione pubblica è profondamente divisa: da un lato, cresce la domanda di maggiore controllo e sicurezza, dall’altro aumenta la consapevolezza che la gestione dell’immigrazione non possa essere ridotta a una logica esclusivamente repressiva. In questo contesto, la decisione dei giudici supremi potrebbe diventare un elemento chiave della campagna elettorale del 2025.

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