top of page

Il Tesoro Usa corregge Bessent: lo shutdown costa “solo” 15 miliardi di dollari a settimana e non al giorno

La polemica attorno al costo dello shutdown federale statunitense è precipitata nelle ultime ore verso una correzione di rotta importante, innescata da un funzionario del Dipartimento del Tesoro che ha ricalibrato un’affermazione del segretario Scott Bessent. Durante una recente conferenza stampa, Bessent aveva dichiarato che il blocco delle attività governative poteva costare all’economia americana fino a 15 miliardi di dollari al giorno, sollevando scalpore e dubbi sull’entità del danno. La versione ufficiale del Tesoro, tuttavia, sostiene che quella stima fosse erronea: il valore corretto è quello settimanale, non giornaliero.


Il chiarimento è arrivato poco dopo l’uscita pubblica del segretario, quando un funzionario ha puntualizzato che la cifra di 15 miliardi di dollari si riferisce all’impatto settimanale dello shutdown, non quotidiano. Questo aggiustamento segnala non solo una gestione comunicativa incerta nell’amministrazione, ma anche la delicatezza della questione: un errore di un fattore sette nella comunicazione può rapidamente generare panico e condizionare i mercati. In realtà, il Tesoro ha confermato che l’analisi alla base della stima proviene dal White House Council of Economic Advisers, che ha elaborato scenari macroeconomici per valutare le perdite nel caso di un prolungamento della sospensione delle funzioni governative.


Nel ridefinire il quadro, gli uffici del Tesoro hanno precisato che il costo stimato di 15 miliardi di dollari a settimana riflette una perdita di produzione aggregata, calcolata su vari settori dell’economia federale e sul funzionamento dei servizi pubblici. In altre parole, non è una cifra “diretta” imputabile esclusivamente a tagli salariali o chiusura momentanea di uffici, ma la somma degli effetti indiretti: rallentamenti delle attività regolatorie, precauzioni degli operatori, interruzioni nei contratti e nei pagamenti, e ricadute nel sistema economico.


La dichiarazione iniziale di Bessent, in quell’occasione, era stata lanciata come grido d’allarme per sollecitare un pronto intervento bipartitico. Il segretario aveva sostenuto che lo shutdown non poteva essere sottovalutato: «sta cominciando a erodere i muscoli dell’economia americana», aveva detto, con l’intento di creare urgenza politica per una ripresa delle attività governative. A stretto giro, però, la correzione del dato ha sollevato critiche sulla solidità delle analisi presentate e sulla loro comunicazione ai media e agli stakeholder economici.


La questione assume contorni rilevanti se si considera che un’imprecisione su un dato macroeconomico può degenerare in effetti indesiderati sui mercati finanziari. Gli operatori interpretano ogni numero come indicatore dell’andamento dell’economia e la credibilità delle istituzioni contabili è cruciale per mantenere la stabilità e prevenire reazioni eccessive. Di conseguenza, la correzione del Tesoro assume anche un valore simbolico: la necessità di mantenere rigore e responsabilità nella comunicazione dei numeri pubblici è essenziale in periodi di fragilità politica ed economica come questo.


Oltre all’aspetto comunicativo, l’episodio rivela ancora una volta quanto sia complessa la gestione di uno shutdown: la misura dell’impatto economico è condizionata da molte variabili che non sono immediatamente osservabili. La perdita di reddito per i lavoratori federali, i ritardi nei bandi e negli appalti, gli effetti a catena sulle aziende che dipendono da contratti governativi, e il calo di fiducia degli investitori concorrono a un quadro di danni difficilmente quantificabili con precisione. Il ricalcolo del Tesoro, dunque, appare come una riaffermazione della cautela nell’uso dei numeri.


In parallelo, la narrazione della crisi politica si intreccia con quella economica: lo shutdown è diventato un punto di crisi istituzionale tra repubblicani e democratici, con il rischio che il blocco prosegua e produca effetti cumulativi più gravi nel medio termine. Bessent ha più volte avvertito che se l’interruzione delle attività dovesse perdurare, lo stimolo fiscale e le politiche di crescita potrebbero subire strozzature, rallentando investimenti e consumi. Alcuni analisti hanno già iniziato a stimare scenari alternativi, nei quali un prolungamento dello shutdown per alcune settimane potrebbe tradursi in perdite fino a decine di miliardi di dollari, con impatti sul PIL e sul sentiment economico.


La vicenda mette in luce un aspetto che va oltre lo scostamento numerico: la credibilità delle stime governative, specie in momenti di stress istituzionale, è messa alla prova. Quando un segretario al Tesoro rilancia cifre aggressive per attivare una pressione politica, è indispensabile che le basi tecniche siano solide e condivise. Un ritiro successivo su una stima errata rischia di minare la fiducia nel messaggio e amplificare la confusione.


Il ricalcolo del Tesoro potrebbe anche avere effetti nelle dinamiche negoziali tra le forze politiche: riducendo l’impressione di una perdita esorbitante, la misura può alleggerire il terreno di scontro, ma al tempo stesso indebolisce l’argomento di urgenza con cui il segretario Bessent aveva giustificato la necessità di una rapida risoluzione. Le contrapposizioni tra fondamentalisti del deficit e approcci più prudenziali al budget federale non tarderanno a emergere con forza.


Questo episodio rientra in uno schema ricorrente nella comunicazione macroeconomica: cifre alte per drammatizzare e mobilitare consensi, seguite da correzioni tecniche per riassestare la credibilità. Pur essendo un meccanismo antico quanto l’uso dei numeri in politica, rimane pericoloso quando, in momenti di instabilità, la confusione numerica si trasforma in arma retorica.


Resta il nodo centrale: indipendentemente dalle correzioni, lo shutdown ha costi reali sull’economia, che si manifestano non solo in perdita di output immediato, ma in interruzioni di piani, rallentamenti di investimenti e dissesti potenziali per imprese e contratti. La sfida politica sarà evitare che il saldo finale – al netto delle rettifiche – lasci un segno strutturale sulla credibilità e sulla stabilità macroeconomica nazionale.

Post correlati

Mostra tutti

Commenti


Le ultime notizie

bottom of page