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Il pupazzo che sfida il sistema bancario cinese: il caso Labubu e la crisi della fiducia popolare

Un pupazzo di peluche alto appena venti centimetri, con denti affilati e occhi sgranati, è diventato nell’arco di pochi giorni il simbolo di una protesta silenziosa ma potente contro il sistema bancario cinese. Il protagonista si chiama Labubu, nasce come personaggio di un brand di design collettivo – Pop Mart – e appartiene a una linea di giocattoli da collezione noti in tutta l’Asia. Ma da innocuo gadget per appassionati, Labubu si è trasformato in icona politica, emblema della disillusione della generazione cinese under 35, e in particolare della crescente sfiducia verso il sistema creditizio e finanziario nazionale.


Tutto è iniziato quando una giovane influencer cinese, nota con il nickname “Sister Lotus Root”, ha pubblicato su Xiaohongshu – una delle app più popolari in Cina tra i giovani – un video in cui Labubu, stringendo una miniatura di carta di un assegno distrutto, pronunciava parole ironiche contro le banche: “Mi avete rubato i sogni, ora vi do il mio pupazzo”. Il contenuto, diventato virale in meno di 48 ore, ha dato il via a un fenomeno imitativo su scala nazionale. Migliaia di utenti hanno iniziato a postare immagini e brevi video di Labubu piazzato davanti a filiali bancarie, ATM o contratti di credito stracciati, accompagnato da frasi sarcastiche contro mutui impossibili, rendimenti inesistenti e tassi di interesse insostenibili.


Il fenomeno ha preso di sorpresa le stesse autorità di regolazione finanziaria. La China Banking and Insurance Regulatory Commission (CBIRC) ha emesso una nota in cui si invitano gli istituti bancari a rafforzare il dialogo con la clientela giovane, mentre diverse piattaforme online hanno iniziato a rimuovere contenuti collegati a Labubu, giudicandoli “inappropriati” o “destabilizzanti per l’ordine pubblico finanziario”. Tuttavia, la viralità del fenomeno ha ormai superato il controllo diretto, rimbalzando anche su social network stranieri e suscitando l’interesse dei media internazionali.


Dietro l’ironia dei meme e l’apparente leggerezza della protesta, si nasconde un malessere reale. I giovani cinesi si trovano stretti tra un’economia che rallenta, un mercato immobiliare in crisi, e un sistema bancario percepito come distante, opaco e ostile. Le nuove generazioni, in particolare laureati e professionisti delle metropoli, sono spesso indebitati per via di mutui contratti in un periodo in cui i prezzi delle abitazioni erano alle stelle e i tassi di crescita garantivano stipendi in continua ascesa. Con il rallentamento dell’economia e l’aumento della disoccupazione giovanile, molti si ritrovano ora in una condizione di fragilità finanziaria acuta.


Il pupazzo Labubu è diventato il “portavoce” di una generazione che si sente tradita. In numerose città – da Shanghai a Chengdu, da Guangzhou a Wuhan – sono stati documentati piccoli raduni spontanei fuori dalle filiali delle principali banche commerciali, con giovani che depositano simbolicamente un pupazzo o che lasciano biglietti di protesta accompagnati da slogan sarcastici. Alcuni impiegati bancari sono stati istruiti su come gestire eventuali “attivisti del pupazzo” e persino le videocamere di sorveglianza delle filiali sono state regolate per intercettare presenze anomale davanti agli ingressi.


Il fenomeno ha anche un forte contenuto simbolico: Labubu, con il suo aspetto inquieto ma tenero, incarna l’ambivalenza emotiva della protesta. Da un lato, c’è la voglia di ribellarsi, dall’altro, la consapevolezza della propria impotenza. Non a caso, molte delle frasi diffuse sui social accompagnano l’immagine del pupazzo con pensieri fatalistici o passivo-aggressivi come: “Non posso ripagare il mio debito, ma posso decorarlo”, o ancora “Labubu non ha bisogno di credito, ha solo bisogno di essere ascoltato”.


Il caso ha attirato anche l’attenzione del mondo accademico. Sociologi ed economisti sottolineano come questa forma di protesta rappresenti una nuova modalità di dissenso generazionale che sfugge alle classificazioni tradizionali. Si tratta di un’azione collettiva senza organizzazione, senza leader, ma non per questo priva di messaggi politici. È una contestazione che non cerca scontri ma visibilità, che usa l’estetica del design e l’ironia digitale per comunicare un disagio profondo. La scelta di un giocattolo come simbolo non è casuale: esprime la volontà di ridurre in parodia le strutture di potere percepite come obsolete, rigide e insensibili.


Parallelamente, il caso Labubu ha evidenziato il rischio reputazionale per le stesse banche cinesi, già in difficoltà nel fronteggiare la crisi della fiducia. Diversi istituti hanno avviato campagne pubblicitarie mirate per ristabilire un dialogo con il pubblico giovane, proponendo nuovi strumenti di microcredito, piani di risparmio flessibili e persino forme di “riconciliazione digitale” con i debitori in sofferenza. Ma la risposta è apparsa timida e tardiva. Secondo un sondaggio condotto dal China Youth Daily, oltre il 60% degli under 30 cinesi non si fida della propria banca, e più del 70% preferirebbe investire in criptovalute, strumenti fintech o asset alternativi.


Il fenomeno di Labubu ha anche implicazioni internazionali. Alcuni analisti finanziari vedono in questa protesta simbolica un segnale della crescente instabilità sociale in Cina, in un contesto economico già fragile. Il governo cinese, da parte sua, monitora con attenzione l’evoluzione degli eventi, consapevole che anche una contestazione pacifica, se capace di attrarre milioni di adesioni in pochi giorni, può rivelarsi pericolosa per la narrazione ufficiale di armonia e controllo. La censura di Stato ha già oscurato diverse parole chiave collegate al pupazzo, ma l’effetto Streisand ha moltiplicato la diffusione dei contenuti, rendendo Labubu un simbolo non più confinabile a un meme passeggero.


Con la sua ironia dissacrante, il piccolo pupazzo dagli occhi spalancati si è trasformato in un riflesso fedele della vulnerabilità, della rabbia e della creatività di una generazione che ha perso la fiducia nei propri interlocutori istituzionali, e che ha trovato nella cultura pop e nell’estetica digitale un nuovo linguaggio per rivendicare ascolto, equità e riforma. Un linguaggio semplice, accessibile e sorprendentemente efficace.

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