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Il Partito Democratico lancia una proposta per ridurre il part-time involontario tra le donne: un nuovo piano per equità occupazionale e dignità salariale

Il Partito Democratico ha presentato una proposta di legge per affrontare uno dei problemi strutturali del mercato del lavoro italiano: il part-time involontario femminile. Secondo i dati più recenti diffusi da Istat e INPS, oltre il 60% dei contratti part-time stipulati dalle donne in Italia non risponde a una scelta libera, ma è frutto di imposizioni aziendali, necessità familiari non supportate da servizi adeguati o mancanza di offerte lavorative a tempo pieno. La proposta del PD, presentata alla Camera da Chiara Gribaudo e Susanna Camusso, mira a rafforzare gli strumenti normativi per contrastare questa forma di precarietà strutturale e migliorare le condizioni di lavoro femminile in termini di retribuzione, accesso alla carriera e autonomia economica.


Il testo della proposta parte da un assunto fondamentale: il part-time non deve essere una condizione imposta, ma una scelta consapevole e reversibile. Per questo, tra i punti centrali vi è l’obbligo per le aziende di motivare in forma scritta e dettagliata ogni contratto part-time non richiesto dalla lavoratrice, rendendo esplicite le ragioni organizzative che impediscono l’assegnazione di un contratto a tempo pieno. L’obiettivo è colpire le situazioni in cui il part-time viene utilizzato come strumento di risparmio sul costo del lavoro o come forma di segregazione professionale.


Altro nodo fondamentale della proposta è l’introduzione di un diritto alla revisione del contratto. Ogni lavoratrice con contratto part-time potrà richiedere il passaggio a tempo pieno, e l’azienda avrà l’obbligo di rispondere entro 30 giorni. In caso di rigetto, la motivazione dovrà essere documentata e verificabile. Questo meccanismo punta a riequilibrare i rapporti di forza tra lavoratrice e datore di lavoro, riducendo le barriere alla mobilità oraria e professionale. Inoltre, la proposta introduce un meccanismo di incentivo fiscale per le imprese che, su base volontaria, accolgono richieste di aumento dell’orario contrattuale o stabilizzano posizioni part-time in contratti full-time.


Il part-time involontario è un fenomeno che in Italia colpisce in modo sproporzionato le donne, con conseguenze dirette su disparità salariali, carriere discontinue, scarsa contribuzione previdenziale e maggiore esposizione al rischio di povertà, in particolare nella terza età. La proposta del Partito Democratico vuole affrontare queste criticità anche sul piano della contrattazione collettiva. Si prevede, infatti, che i contratti nazionali inseriscano specifici obblighi di monitoraggio dei part-time attivati, con la creazione di osservatori bilaterali a livello settoriale per verificare l’andamento della diffusione di questa tipologia contrattuale.


Un altro aspetto centrale del testo è il collegamento tra occupazione femminile e infrastrutture sociali. La proposta del PD inserisce nel piano anche un rafforzamento degli investimenti pubblici in servizi di cura, in particolare asili nido, assistenza agli anziani e trasporto scolastico. L’idea è che senza un adeguato sistema di welfare territoriale, il part-time continui a essere per molte donne l’unica via per conciliare lavoro e famiglia, anche a costo di rinunciare a una piena autonomia economica.


A livello economico, la proposta si pone in linea con le raccomandazioni della Commissione europea e con gli obiettivi del PNRR, che dedica una parte rilevante delle sue missioni all’inclusione lavorativa femminile. Secondo il PD, agire sul part-time involontario non è solo una questione di giustizia sociale, ma anche di crescita economica: una maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro a tempo pieno aumenterebbe il PIL potenziale e rafforzerebbe la sostenibilità del sistema previdenziale.


Non mancano, tuttavia, le critiche. Alcune associazioni datoriali, come Confcommercio e Confapi, hanno espresso perplessità sulla proposta, temendo un aumento degli oneri burocratici e una minore flessibilità gestionale per le piccole imprese. Secondo queste realtà, il part-time resta uno strumento utile in settori con domanda fluttuante o con picchi stagionali, come il commercio e i servizi alla persona. Il PD replica sostenendo che la proposta non vieta il part-time, ma introduce un sistema di controlli e diritti a tutela della volontarietà e della dignità lavorativa.


Sul fronte sindacale, la proposta ha trovato il sostegno convinto della CGIL e della UIL, mentre la CISL ha espresso interesse, pur chiedendo di includere anche misure per il rafforzamento della formazione e la valorizzazione delle competenze nei contratti part-time. La questione del part-time involontario è infatti strettamente connessa al tema della qualità del lavoro e della possibilità di progressione professionale: le lavoratrici part-time, in media, hanno accesso più limitato alla formazione continua, alle promozioni e a ruoli di responsabilità.


Il dibattito parlamentare sulla proposta è previsto per le prossime settimane. Il Partito Democratico ha già annunciato l’intenzione di aprire un tavolo di confronto con tutte le forze politiche e con le parti sociali, per costruire un consenso trasversale su un tema che tocca milioni di lavoratrici. Le statistiche indicano che oltre 2,8 milioni di donne in Italia lavorano con contratti part-time, e almeno 1,6 milioni lo fanno contro la propria volontà. Intervenire su questa distorsione, secondo i promotori, è una priorità non solo economica, ma democratica.

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