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Il giallo Choksi: il magnate indiano accusato di una truffa da 1,8 miliardi e la misteriosa fuga nei Caraibi

Il caso di Mehul Choksi, imprenditore indiano nel settore dei diamanti e protagonista di una delle più grandi truffe bancarie mai registrate in India, si trasforma in un intrigo internazionale dai contorni sempre più oscuri. Accusato di aver orchestrato, insieme al nipote Nirav Modi, una frode ai danni della Punjab National Bank per un valore complessivo di circa 1,8 miliardi di dollari, Choksi è sparito misteriosamente nel 2021 dall’isola di Antigua e Barbuda – dove aveva acquisito la cittadinanza – per riapparire pochi giorni dopo sull’isola di Dominica, in circostanze che le autorità locali e internazionali non sono ancora riuscite a chiarire del tutto.


Secondo quanto ricostruito da Il Sole 24 Ore, il magnate, ora sessantaquattrenne, sarebbe stato vittima di un presunto rapimento organizzato da agenti legati al governo indiano per riportarlo in patria e processarlo. Una versione sostenuta dallo stesso Choksi e dai suoi legali, che hanno descritto il trasferimento da Antigua a Dominica come una vera e propria “extraordinary rendition”, realizzata con l’aiuto di complici stranieri. Tuttavia, le autorità indiane negano ogni coinvolgimento e parlano di fuga orchestrata per evitare l’estradizione, già richiesta formalmente dal New Delhi nel 2018 dopo che lo scandalo finanziario era esploso.


Il cuore del giallo è proprio il viaggio – o meglio, la scomparsa – del 23 maggio 2021. In quel giorno, Choksi sarebbe stato attirato in una trappola da una donna, con la quale aveva stretto una relazione durante il suo soggiorno ad Antigua. Secondo il racconto dell’imprenditore, la donna lo avrebbe convinto a raggiungere un’abitazione privata, dove sarebbe stato assalito da uomini armati e incappucciati. Dopo essere stato immobilizzato, l’imprenditore sarebbe stato portato via in barca e trasferito con la forza sull’isola di Dominica, a oltre 200 chilometri di distanza. Lì sarebbe stato arrestato dalle autorità locali con l’accusa di ingresso illegale nel Paese.


Il caso ha subito assunto rilevanza diplomatica. Il governo di Antigua, che aveva inizialmente offerto protezione a Choksi in quanto cittadino naturalizzato, ha chiesto chiarimenti ufficiali a Dominica e all’India. Il primo ministro di Antigua, Gaston Browne, ha dichiarato che se il rapimento fosse confermato, costituirebbe una gravissima violazione della sovranità del Paese. Dominica, dal canto suo, ha tenuto in custodia Choksi per diverse settimane, durante le quali l’imprenditore ha presentato numerosi ricorsi legali per impedirne l’estradizione in India, sostenendo di essere stato vittima di un sequestro internazionale.


Le autorità indiane, nel frattempo, hanno continuato a premere per ottenere il rimpatrio. La posizione di Choksi, secondo l’Ufficio centrale d’indagine indiano (CBI), è centrale nello schema fraudolento che tra il 2011 e il 2018 avrebbe permesso alla Gitanjali Gems – la sua azienda – di ottenere lettere di credito false dalla Punjab National Bank, eludendo i controlli interni e manipolando documentazione doganale. L’inchiesta ha già portato all’arresto di diversi dirigenti bancari e al congelamento dei beni riconducibili all’impero di Choksi e Modi in India, negli Stati Uniti e in diverse altre giurisdizioni.


Il fratello e socio Nirav Modi, anche lui latitante, è stato arrestato nel 2019 a Londra e attualmente è in attesa di una sentenza definitiva sull’estradizione. Entrambi sono accusati di frode aggravata, riciclaggio e corruzione. Choksi, tuttavia, ha sempre respinto ogni addebito, sostenendo che le accuse siano motivate politicamente e che il vero intento del governo indiano sia quello di distruggerlo per motivi di vendetta. I suoi avvocati hanno fatto leva anche sulle condizioni di salute – Choksi è affetto da disturbi cardiaci e neurologici – per impedire l’estradizione, sottolineando che il suo ritorno in India lo esporrebbe a gravi rischi fisici e a trattamenti disumani.


La stampa caraibica ha seguito con attenzione il caso, che ha portato alla luce le ambiguità di alcuni programmi di cittadinanza economica, come quello adottato da Antigua e Barbuda. Proprio grazie a questo meccanismo, Choksi aveva ottenuto la cittadinanza locale nel 2017, pochi mesi prima che esplodesse il caso giudiziario in India. Da allora, aveva vissuto indisturbato sull’isola, protetto dal sistema legale locale e dalla mancanza di accordi di estradizione diretti. Ma la sua presenza ingombrante ha messo in crisi l’immagine internazionale del Paese, spingendo il governo di Browne a cercare una via d’uscita diplomatica, che però si è scontrata con le tutele previste per i cittadini naturalizzati.


Il caso Choksi è diventato un simbolo della difficoltà, anche per una democrazia come l’India, di garantire il ritorno e la punizione di soggetti coinvolti in frodi multimiliardarie, quando questi riescono ad approfittare delle lacune normative e dei rifugi giuridici offerti da altri Paesi. L’episodio ha messo in evidenza anche il ruolo di figure terze, come intermediari internazionali, agenti privati e avvocati specializzati in procedure transfrontaliere, che spesso si muovono in un’area grigia tra legalità e copertura politica.


Il futuro legale di Mehul Choksi rimane incerto. Attualmente si trova di nuovo ad Antigua, dopo che un tribunale di Dominica ha accolto la sua richiesta di rimpatrio per motivi sanitari, ma l’India continua a chiederne l’estradizione. La battaglia legale, iniziata ormai cinque anni fa, si gioca su più fronti: giudiziari, diplomatici e mediatici. Choksi, da figura di successo del capitalismo indiano, simbolo dell’ascesa globale del lusso asiatico, è divenuto ora uno degli uomini più ricercati del subcontinente, al centro di una delle inchieste economico-finanziarie più complesse e discusse dell’ultimo decennio.

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