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Il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica tra Costituzione, pace e responsabilità istituzionale


Il messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica si colloca nel solco della più alta tradizione costituzionale, assumendo una valenza che travalica la dimensione rituale per porsi come atto di indirizzo morale e civile, coerente con le funzioni di garanzia affidate al Capo dello Stato. La scelta simbolica della scenografia, con la Costituzione affiancata dal manifesto del referendum istituzionale del 2 giugno 1946, richiama visivamente il fondamento giuridico e storico della Repubblica, evocando l’atto di nascita dell’ordinamento democratico e il passaggio irreversibile dalla monarchia allo Stato repubblicano.

Il riferimento alla pace come aspettativa primaria della collettività si innesta direttamente sull’articolo 11 della Costituzione, che non si limita a una dichiarazione di principio, ma configura un vincolo sostanziale all’azione dello Stato nelle relazioni internazionali. La condanna del rifiuto della pace da parte di chi si ritiene più forte assume, in questa prospettiva, il significato di un richiamo al primato del diritto sulla forza, alla centralità delle norme di convivenza internazionale e al rispetto del diritto umanitario, oggi messi in discussione da conflitti che colpiscono indiscriminatamente le popolazioni civili.

Nel discorso emerge una concezione della pace non riducibile all’assenza di guerra, ma qualificata come metodo, come modo di pensare e di agire, tanto nei rapporti tra Stati quanto nella dialettica interna alle istituzioni e alla società. In tale quadro si inserisce l’invito a disarmare il linguaggio pubblico, a ridurre l’aggressività del confronto politico e a ricondurre il dibattito entro i limiti del rispetto reciproco e della responsabilità democratica, richiamando implicitamente il dovere di leale collaborazione che dovrebbe informare i rapporti tra i poteri dello Stato.

Il richiamo agli ottant’anni della Repubblica consente al Presidente di delineare una lettura costituzionalmente orientata della storia nazionale, nella quale la democrazia non è un dato acquisito una volta per tutte, ma il risultato di un processo continuo di attuazione dei principi fondamentali. La memoria delle riforme sociali, del Servizio sanitario nazionale, della tutela del lavoro, del sistema previdenziale e del ruolo del servizio pubblico radiotelevisivo viene proposta come patrimonio comune, da preservare e aggiornare, non da smantellare, in quanto strumenti di eguaglianza sostanziale e di coesione sociale.

Particolare rilievo assume il riferimento alle crepe che minano l’unità della comunità nazionale, identificate in fenomeni quali la povertà, le diseguaglianze, la corruzione, l’infedeltà fiscale e i reati ambientali, che incidono direttamente sull’effettività dei diritti e sulla fiducia dei cittadini nelle istituzioni. In questa prospettiva, la Repubblica è rappresentata come una comunità di diritti e doveri, nella quale lo Stato non sovrasta i cittadini, ma ne riconosce e garantisce la dignità.

L’appello rivolto ai giovani si inscrive nella dimensione intergenerazionale della Costituzione, sollecitando una partecipazione attiva e consapevole alla vita democratica e richiamando la responsabilità di proseguire il progetto costituzionale avviato dai costituenti. La Repubblica viene così delineata come uno spartiacque storico e giuridico, la cui vitalità dipende dall’impegno quotidiano di ciascun cittadino e dalla fedeltà ai valori di libertà, democrazia e pace che ne costituiscono l’architrave.

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