Il controverso progetto “Gaza Riviera”: ruolo dello staff di Tony Blair e implicazioni globali sul futuro di Gaza
- piscitellidaniel
- 7 lug
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Un documento riservato, circolato tra imprenditori e consulenti internazionali, ha gettato nuova luce su un piano ambizioso e fortemente controverso: la creazione di una “Gaza Riviera”. L’idea, promossa da ambienti imprenditoriali israeliani con il coinvolgimento di professionisti statunitensi, prevedeva la trasformazione della Striscia di Gaza in una zona ad alta attrattività economica e turistica, ispirata a modelli di libero mercato e investimenti privati su larga scala. A far discutere non è solo la portata del progetto, ma anche la partecipazione indiretta di personale legato al Tony Blair Institute for Global Change, che avrebbe preso parte a discussioni preliminari condividendo materiale di natura strategica. Secondo le ricostruzioni, in alcuni gruppi di lavoro sarebbero circolati documenti interni, in particolare un testo intitolato “Gaza Economic Blueprint”, redatto da funzionari dello staff del TBI e presentato come analisi tecnica delle opzioni disponibili per lo sviluppo della regione.
Il piano si fondava su una visione radicale della ricostruzione post-bellica: il potenziale trasformativo della distruzione sarebbe stato utilizzato per realizzare una nuova entità economica affacciata sul Mediterraneo. Tra le proposte più discusse, figurano la creazione di una “Trump Riviera”, marchio con il quale si sarebbe dovuto attrarre investimenti internazionali, e una “Zona di Produzione Intelligente Elon Musk”, focalizzata sulla manifattura hi-tech, la logistica e l’innovazione. La proposta, per quanto non approvata formalmente da alcun organismo istituzionale, ha scatenato immediate polemiche, soprattutto per le modalità attraverso le quali si intendeva garantire la realizzazione del progetto: ovvero l’uscita volontaria o incentivata di centinaia di migliaia di palestinesi da Gaza, fino a mezzo milione, secondo alcuni calcoli.
Il Tony Blair Institute si è affrettato a precisare che il documento circolato non rappresentava una posizione ufficiale, bensì un'analisi tecnica interna redatta per valutare proposte esterne. Tuttavia, l’implicazione anche informale di un think tank fondato da un ex primo ministro britannico ha generato forti critiche, tanto nel mondo arabo quanto all’interno di alcuni ambienti politici europei. La stessa BCG (Boston Consulting Group), inizialmente coinvolta nella strutturazione tecnica del piano, ha preso rapidamente le distanze dal progetto, arrivando a interrompere ogni rapporto con le parti coinvolte e adottando provvedimenti disciplinari verso alcuni consulenti che avevano contribuito alla sua elaborazione.
Il piano ha suscitato una vasta eco nei media internazionali, anche per il sospetto che dietro l’operazione si celasse una strategia di svuotamento demografico della Striscia, mascherata da iniziativa di sviluppo. Alcuni esperti di diritto internazionale hanno parlato di un possibile tentativo di “trasferimento coatto di popolazione”, vietato dalle convenzioni di Ginevra, anche se mascherato come incentivo economico. Le critiche più aspre provengono dagli ambienti diplomatici delle Nazioni Unite e da numerose ONG che operano nei territori palestinesi, per le quali ogni progetto di sviluppo deve partire dalla permanenza e dalla centralità della popolazione locale.
Nel documento, una delle proposte contenute ipotizzava un’amministrazione internazionale del territorio con funzioni economiche, con l'obiettivo dichiarato di attrarre capitali dai Paesi del Golfo, ma anche da fondi privati di area statunitense e asiatica. La governance sarebbe stata affidata a un consiglio misto, composto da attori statali e privati, con l’obiettivo di garantire “stabilità, trasparenza e ritorni per gli investitori”. In questo schema, l’elemento politico e il diritto all’autodeterminazione dei palestinesi risultavano pressoché assenti, in favore di un approccio integralmente fondato sul mercato.
Il progetto si colloca in una fase di estrema fragilità per la regione. Con oltre 38.000 morti stimati dall’inizio delle operazioni militari israeliane, Gaza è oggi un territorio devastato, con infrastrutture distrutte e centinaia di migliaia di sfollati. L’assenza di una soluzione politica credibile e l’indebolimento delle istituzioni palestinesi, unito all’irrigidimento della posizione israeliana sulla sicurezza, rendono qualsiasi iniziativa per la ricostruzione estremamente delicata. In questo contesto, il progetto “Gaza Riviera” è stato letto da molti come una proposta profondamente cinica, più utile agli equilibri geopolitici di potenze esterne che ai reali bisogni della popolazione.
Né la Casa Bianca né il governo israeliano hanno confermato un sostegno ufficiale all’iniziativa. Tuttavia, la coincidenza con le elezioni presidenziali negli Stati Uniti e la prospettiva di un ritorno di Donald Trump alla guida del Paese ha alimentato sospetti su un possibile legame politico. La denominazione “Trump Riviera” non sarebbe frutto del caso, ma un tentativo di aggregare consensi negli ambienti più favorevoli a una risoluzione economico-autoritaria del conflitto israelo-palestinese. Alcuni analisti hanno anche ipotizzato che il progetto possa servire da piattaforma per una futura negoziazione parallela tra Israele, alcuni Stati arabi e investitori occidentali, escludendo le autorità palestinesi ufficiali.
Al netto delle smentite e dei chiarimenti, ciò che rimane è il segnale inquietante che progetti di tale portata possano essere concepiti senza una seria riflessione politica e giuridica. La sola ipotesi che si possa “svuotare” Gaza per farne una piattaforma di profitto, benché teorica, mostra quanto i confini tra business, diplomazia e diritti umani siano oggi sempre più sfumati.

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