Il congelamento degli ovuli entra nella sanità pubblica: l’Italia sperimenta il social freezing con fondi regionali e obiettivi demografici
- piscitellidaniel
- 18 lug
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In un panorama europeo ancora diviso sul tema della preservazione della fertilità femminile, l’Italia si distingue con una novità assoluta: per la prima volta, una regione introduce un incentivo economico pubblico per sostenere le donne che scelgono di congelare i propri ovociti per motivi non medici. La Regione Puglia ha infatti annunciato l’avvio di un programma sperimentale che prevede un contributo economico fino a 3.000 euro per donne tra i 27 e i 37 anni che decidano di accedere alla crioconservazione dei propri ovuli, indipendentemente da patologie oncologiche o terapie mediche. L’iniziativa nasce dalla volontà di offrire un supporto concreto alla libertà riproduttiva femminile e, al contempo, di affrontare in modo proattivo il crollo demografico che caratterizza l’Italia e in particolare le regioni meridionali.
Il social freezing, o congelamento degli ovuli per scelte personali, è da anni un’opzione disponibile in molte cliniche private italiane e straniere, ma finora esclusivamente a carico della paziente. I costi, che in Italia oscillano tra i 3.000 e i 5.000 euro per un ciclo completo (farmaci, monitoraggio, prelievo e primo anno di conservazione), costituiscono un ostacolo significativo per molte donne in età fertile ma prive di mezzi sufficienti. La Puglia interviene così a sostegno di una scelta sempre più diffusa, ma spesso fuori dalla portata di chi ne avrebbe maggiore bisogno. Il progetto si rivolge, infatti, alle donne residenti con ISEE inferiore a 35.000 euro e intende rimuovere la barriera economica che impedisce a molte di accedere a questa forma di tutela della fertilità.
L’iniziativa pugliese si inserisce in un più ampio contesto nazionale. Il Ministero della Salute ha avviato una campagna informativa da 3,5 milioni di euro per sensibilizzare le donne sulla riserva ovarica e sul declino fisiologico della fertilità femminile con l’età. L’obiettivo è promuovere una maggiore consapevolezza sui tempi biologici della riproduzione, oggi sempre più sfasati rispetto ai tempi sociali e lavorativi. Secondo gli ultimi dati ISTAT, l’Italia ha uno dei più bassi tassi di natalità in Europa, con una media di 1,18 figli per donna nel 2024, ben lontano dalla soglia di sostituzione generazionale. In assenza di politiche strutturali per il lavoro, il welfare e la casa, la maternità viene spesso rimandata o abbandonata del tutto, e strumenti come il congelamento degli ovuli diventano un’opzione concreta per guadagnare tempo.
Nel contesto europeo, l’Italia è però in ritardo rispetto ad altri Paesi. In Francia, ad esempio, il social freezing è coperto dal sistema sanitario nazionale per tutte le donne tra i 29 e i 37 anni, anche in assenza di motivazioni mediche. In Spagna, la crioconservazione degli ovuli è una pratica consolidata, sostenuta da un ampio network di cliniche private e da un sistema pubblico che riconosce l’importanza della pianificazione riproduttiva. In Belgio e nei Paesi Bassi, i costi sono parzialmente rimborsabili e rientrano in una più ampia cornice di sanità preventiva. Il Regno Unito, invece, consente il congelamento solo in strutture private, con costi elevati ma standard tecnici avanzati. In questo scenario, l’Italia resta ancorata a una normativa che riconosce il diritto alla crioconservazione solo in caso di cure mediche che possano compromettere la fertilità, come trattamenti oncologici o interventi chirurgici ovarici.
Tecnologicamente, il processo oggi più utilizzato è la vitrificazione, una tecnica di congelamento ultrarapido che riduce il rischio di formazione di cristalli di ghiaccio e preserva meglio la qualità degli ovuli. Grazie a questa innovazione, i tassi di sopravvivenza post-scongelamento superano il 90%, e le probabilità di gravidanza, se gli ovuli sono stati prelevati prima dei 35 anni, sono comparabili a quelle di fecondazione in vitro con ovociti freschi. La sicurezza tecnica, tuttavia, non sempre è accompagnata da una consapevolezza culturale adeguata. Secondo studi recenti, meno del 20% delle giovani italiane conosce il concetto di orologio biologico o ha informazioni sufficienti sulla possibilità di congelare i propri ovuli. Le campagne istituzionali in corso cercano quindi di colmare un vuoto informativo che condiziona in profondità le scelte riproduttive.
Dal punto di vista etico e sociale, il dibattito sul social freezing rimane aperto. Da una parte, c’è chi lo considera una forma di emancipazione e di autodeterminazione femminile, che consente di svincolare la maternità dai vincoli biologici imposti dall’età. Dall’altra, vi è il timore che la sua promozione possa deresponsabilizzare lo Stato rispetto all’obbligo di garantire condizioni strutturali per la genitorialità. Inoltre, alcune associazioni temono che la crioconservazione venga presentata come una soluzione “tecnica” a un problema “sociale”, senza affrontare le cause profonde del calo delle nascite, come la precarietà lavorativa, l’assenza di servizi all’infanzia, la disparità di genere nelle carriere.
La decisione della Puglia di introdurre un incentivo pubblico apre però una strada nuova e pragmatica. L’approccio non si limita a riconoscere il diritto alla fertilità, ma cerca di intervenire concretamente là dove lo Stato, finora, è rimasto inerte. Si tratta di una misura simbolica, certo, ma anche concreta, che riconosce il valore del tempo femminile e offre strumenti di programmazione della vita in un Paese dove la pressione sociale e biologica sulla maternità è ancora fortissima. In assenza di riforme strutturali capaci di ridisegnare il rapporto tra lavoro, famiglia e diritti riproduttivi, il congelamento degli ovuli può diventare una leva di libertà per molte donne.
Il futuro del social freezing in Italia dipenderà ora dalla risposta delle istituzioni e dall’effettiva accessibilità della misura sul territorio. Se altre regioni seguiranno l’esempio pugliese, e se il governo deciderà di trasformare l’iniziativa in una politica nazionale, il congelamento degli ovuli potrebbe entrare a pieno titolo nella sanità pubblica come strumento di tutela della salute riproduttiva. Un passaggio che, per molte, significherebbe poter scegliere davvero quando, come e se diventare madri.

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