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Hamas risponde alla proposta di tregua: Witkoff incontra i ministri di Israele e Qatar in Sardegna

La fragile trattativa tra Israele e Hamas per una tregua a Gaza conosce una nuova fase di complessità dopo che il movimento palestinese ha fornito la sua risposta all’ultima proposta avanzata attraverso i mediatori internazionali. La bozza, frutto dei contatti tra Stati Uniti, Qatar ed Egitto, prevede una tregua di sessanta giorni, accompagnata da un progressivo scambio di ostaggi e prigionieri. Tuttavia, mentre da parte israeliana arriva la disponibilità ad accettare le condizioni del testo così come concordato, Hamas ha fatto sapere di non aver dato alcun via libera definitivo, ma di aver presentato modifiche e osservazioni.


L’ambiguità nella risposta del gruppo palestinese ha immediatamente suscitato reazioni contrastanti. Il portavoce del governo israeliano ha accusato Hamas di respingere ancora una volta la possibilità concreta di un accordo, mentre dalla Striscia di Gaza è arrivata la smentita ufficiale di aver rifiutato la tregua. Secondo i vertici politici di Hamas, si tratterebbe piuttosto di una risposta positiva con richieste di chiarimento su alcuni punti specifici, come la tempistica del cessate il fuoco e la progressiva uscita delle truppe israeliane da Gaza. In particolare, Hamas avrebbe chiesto garanzie precise sul fatto che la tregua possa trasformarsi in una cessazione permanente delle ostilità e non solo in una pausa temporanea destinata a essere interrotta per riprendere le operazioni militari.


In questo scenario di incertezza, il ruolo degli Stati Uniti si rafforza con l’arrivo in Sardegna dell’inviato speciale della Casa Bianca, Steve Witkoff. Nominato dal presidente Donald Trump per seguire da vicino il negoziato in Medio Oriente, Witkoff ha raggiunto l’isola italiana per un incontro riservato con due interlocutori chiave del dossier: Ron Dermer, ministro israeliano degli Affari strategici, e Mohammed bin Abdulrahman Al-Thani, primo ministro del Qatar. Il vertice, che si tiene in un clima di massima riservatezza, ha l’obiettivo di rilanciare la proposta già sul tavolo e individuare i margini per una convergenza tra le parti. Le riunioni si svolgono in una cornice informale, lontano dai palazzi istituzionali, per favorire un dialogo più fluido e meno soggetto alle pressioni politiche.


La scelta della Sardegna come sede dell’incontro non è casuale. L’Italia ha mantenuto negli ultimi mesi una posizione di neutralità attiva nel conflitto israelo-palestinese, facilitando in più occasioni la logistica di trattative parallele. Il contesto geografico, lontano dai teatri di guerra e politicamente neutro, è ritenuto utile per evitare l’interferenza di fattori esterni. Witkoff è giunto sull’isola il 23 luglio e resterà fino al 27, con l’obiettivo di costruire un percorso chiaro verso la prima fase dell’accordo, che prevede un cessate il fuoco iniziale di 60 giorni e il rilascio graduale di dieci ostaggi israeliani in cambio di prigionieri palestinesi detenuti in Israele.


Israele ha fatto sapere di essere pronto ad attuare il piano senza ulteriori modifiche, ma l’evoluzione della situazione dipende ora dalla disponibilità di Hamas ad accettare i punti fondamentali della bozza. La risposta del movimento è stata recapitata tramite i canali diplomatici del Qatar e dell’Egitto, ma non ha prodotto la svolta attesa da Washington. Secondo fonti vicine alla delegazione statunitense, la risposta di Hamas sarebbe giudicata troppo evasiva e in parte contraddittoria rispetto agli impegni presi nelle fasi precedenti della trattativa.


La fase di stallo ha prodotto immediate ripercussioni anche sul piano interno dei due fronti. In Israele crescono le pressioni sull’esecutivo per riportare a casa gli ostaggi, mentre nella Striscia di Gaza la popolazione civile vive una crisi umanitaria sempre più grave. La carenza di cibo, acqua potabile e medicinali sta raggiungendo livelli allarmanti. Le organizzazioni umanitarie internazionali denunciano continui ostacoli nell’accesso alle aree più colpite, e il protrarsi delle ostilità rende instabile ogni forma di assistenza organizzata.


Witkoff, secondo quanto trapelato, avrebbe sottolineato l’urgenza di una risposta chiara da parte di Hamas, avvertendo che la finestra negoziale potrebbe chiudersi rapidamente se non verranno compiuti passi concreti verso un’intesa. Il diplomatico americano ha ribadito che l’obiettivo degli Stati Uniti è quello di costruire un cessate il fuoco credibile, accompagnato da garanzie verificabili, in grado di creare lo spazio politico per un successivo accordo di lungo periodo. La presenza simultanea dei ministri israeliano e qatariota in Sardegna rappresenta un segnale tangibile della volontà dei principali attori di trovare una sintesi, ma la diffidenza reciproca e i calcoli politici restano gli ostacoli principali.


Intanto, proseguono anche i contatti indiretti con l’Egitto, il cui ruolo di mediatore resta fondamentale soprattutto per la gestione dei valichi di confine tra Gaza e il Sinai. Il Cairo lavora a stretto contatto con Doha per garantire che qualsiasi intesa abbia una componente operativa concreta, in particolare sul fronte della distribuzione degli aiuti umanitari e del controllo delle tregue. Gli osservatori presenti sul posto temono tuttavia che il negoziato possa arenarsi in una spirale di reciproche accuse, come accaduto in passato.


L’appuntamento in Sardegna è stato quindi descritto da fonti diplomatiche come una delle ultime occasioni per evitare una ripresa delle ostilità su vasta scala. La posta in gioco è altissima: non solo il destino degli ostaggi israeliani, ma anche la possibilità per la popolazione civile di Gaza di ottenere una tregua duratura e l’avvio di un percorso di ricostruzione sotto garanzie internazionali. Senza una svolta in tempi rapidi, lo scenario è destinato a restare bloccato in un conflitto logorante, dove ogni spiraglio di pace sembra destinato a chiudersi prima ancora di aprirsi.

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