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Gli Stati Uniti temono che Netanyahu riprenda la guerra a Gaza

Le tensioni tra Israele e Gaza si sono riaccese con forza nelle ultime ore, mentre da Washington emergono forti preoccupazioni circa la possibilità che il primo ministro Benjamin Netanyahu decida di riprendere le operazioni militari su larga scala nella Striscia di Gaza. Le dichiarazioni e i movimenti diplomatici degli Stati Uniti lasciano intendere che la Casa Bianca stia monitorando con crescente apprensione la situazione, temendo che un ritorno alle ostilità possa compromettere mesi di tentativi di tregua e destabilizzare ulteriormente l’intero Medio Oriente.


Il conflitto, apparentemente sospeso dopo una fragile fase di cessate il fuoco mediato con il contributo del Qatar e dell’Egitto, resta in bilico. Le forze israeliane continuano a mantenere una presenza armata ai confini della Striscia, mentre fonti della difesa americana segnalano un incremento di attività militari preparatorie che potrebbero preludere a un nuovo intervento. Secondo ambienti diplomatici statunitensi, Netanyahu starebbe valutando di rilanciare una “fase due” della campagna militare per distruggere completamente le residue infrastrutture di Hamas, ritenendo incompleto il risultato ottenuto finora e non soddisfacente per la sicurezza israeliana.


Gli Stati Uniti si trovano in una posizione di particolare difficoltà. Da un lato confermano il diritto di Israele alla difesa e alla sicurezza del proprio territorio, dall’altro sono consapevoli che una nuova escalation avrebbe effetti devastanti sulla popolazione civile di Gaza, dove le infrastrutture sono già al collasso. Le agenzie umanitarie presenti sul campo hanno segnalato una situazione drammatica: oltre due milioni di persone vivono in condizioni di precarietà, con accesso limitato a elettricità, acqua potabile e assistenza sanitaria. Ogni nuova operazione militare rischierebbe di aggravare una crisi che ha già superato i limiti della sostenibilità.


L’amministrazione statunitense, secondo quanto trapela da fonti vicine al Dipartimento di Stato, teme che Netanyahu possa utilizzare la ripresa delle ostilità come strumento politico interno. Il governo israeliano, indebolito dalle divisioni nella coalizione e dalle critiche per la gestione delle precedenti fasi del conflitto, potrebbe puntare a un nuovo scontro per rafforzare la propria posizione e recuperare consenso. Tuttavia, una mossa del genere rischierebbe di isolare Israele sul piano internazionale, dove cresce la pressione per una soluzione diplomatica stabile e per la ripresa dei colloqui di pace.


Le preoccupazioni americane si estendono anche al fronte regionale. Una ripresa della guerra potrebbe riaccendere la tensione con Hezbollah nel sud del Libano e coinvolgere indirettamente l’Iran, che continua a sostenere gruppi armati ostili a Israele. La prospettiva di un conflitto su più fronti preoccupa i vertici del Pentagono, che temono una destabilizzazione complessiva del Medio Oriente in un momento già segnato da fragilità economiche e rivalità geopolitiche. Washington teme inoltre che un’azione militare di vasta portata spinga i paesi arabi moderati, come Egitto, Giordania e Arabia Saudita, a rivedere i propri rapporti con Israele e a sospendere la cooperazione sui dossier di sicurezza e sviluppo economico.


In questo contesto, la Casa Bianca mantiene una linea pubblica di sostegno al diritto di Israele alla difesa, ma lavora dietro le quinte per evitare che le operazioni riprendano. Il segretario di Stato e il consigliere per la sicurezza nazionale hanno avviato nelle ultime ore contatti diretti con il governo israeliano per ottenere garanzie che ogni iniziativa militare venga valutata alla luce delle conseguenze umanitarie. I funzionari americani avrebbero ribadito che la priorità deve restare la stabilizzazione e non la prosecuzione delle operazioni, suggerendo la via diplomatica come unica strategia sostenibile.


La situazione sul terreno, tuttavia, resta tesa. Le forze armate israeliane continuano a sorvegliare i confini settentrionali e a condurre operazioni mirate all’interno della Striscia, giustificate come azioni di sicurezza preventiva. Allo stesso tempo, Hamas non ha mostrato segnali concreti di disponibilità a un cessate il fuoco permanente, e ciò alimenta la sensazione che la tregua sia destinata a crollare. Gli scontri sporadici nelle aree di confine e i lanci di razzi, seppur isolati, mantengono alto il rischio di una ripresa generalizzata dei combattimenti.


La diplomazia internazionale si muove con prudenza. L’Unione Europea, attraverso l’Alto rappresentante per la politica estera, ha espresso “profonda preoccupazione” per la possibilità di una nuova escalation e ha invitato Israele a rispettare il diritto umanitario. Anche le Nazioni Unite chiedono una maggiore protezione dei civili e l’apertura di corridoi umanitari per permettere la consegna di aiuti essenziali. Ma la prospettiva di un ritorno alla guerra resta concreta, alimentata da una crescente tensione politica e militare.

Per Washington, il nodo centrale è politico oltre che strategico. Gli Stati Uniti si trovano a dover bilanciare l’alleanza storica con Israele con la necessità di preservare la propria credibilità internazionale e di non apparire complici di un conflitto percepito come sproporzionato. Le tensioni tra l’amministrazione americana e il governo israeliano si sono intensificate dopo le ultime operazioni nella Striscia, considerate eccessive dagli alleati occidentali. Netanyahu, dal canto suo, continua a ribadire che Israele agirà “secondo le proprie necessità di sicurezza”, segnalando che non intende farsi dettare i tempi né le modalità di intervento da potenze esterne.


La posizione americana, pur cauta, si accompagna a un crescente scetticismo sulla possibilità di mantenere il cessate il fuoco. Gli osservatori diplomatici ritengono che, salvo una svolta improvvisa nei negoziati, la ripresa delle ostilità sia solo questione di tempo. Le forze israeliane appaiono pronte a intervenire, e la retorica del governo di Netanyahu si fa ogni giorno più determinata. In questo scenario di incertezza, le preoccupazioni di Washington non riguardano solo l’immediato rischio militare, ma anche l’effetto domino che una nuova fase di guerra potrebbe innescare nell’intera regione.

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