Gli Stati Uniti distruggono 10 milioni di dollari di contraccettivi destinati ai Paesi poveri: scontro tra politica e cooperazione internazionale
- piscitellidaniel
- 24 lug
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Un carico di contraccettivi del valore complessivo di circa 10 milioni di dollari, inizialmente destinato a programmi di pianificazione familiare nei Paesi a basso reddito, è stato recentemente distrutto dagli Stati Uniti a seguito di un cambiamento nelle linee guida federali. La decisione, che ha suscitato indignazione tra organizzazioni internazionali, agenzie umanitarie e attori della cooperazione, rappresenta l’ultimo atto di una crescente tensione tra l’amministrazione federale e le politiche sanitarie globali.
Il materiale, costituito da milioni di dosi di contraccettivi iniettivi, è stato accantonato dopo che l’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID) ha revocato l’autorizzazione alla distribuzione dei prodotti nei Paesi in via di sviluppo, in particolare in Africa subsahariana e nel Sud-est asiatico. La revoca è arrivata a seguito dell’approvazione di una nuova norma secondo cui i fondi federali non possono essere utilizzati per l’acquisto o la distribuzione di dispositivi medici non conformi alle regole della Food and Drug Administration (FDA), anche se destinati all’estero.
Il prodotto in questione, pur ampiamente utilizzato e approvato da enti sanitari internazionali come l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e ampiamente impiegato nei programmi dell’ONU e delle principali ONG, non ha ricevuto l’approvazione della FDA per l’uso sul territorio statunitense. Questa circostanza ha reso impossibile per USAID procedere alla distribuzione, obbligando l’agenzia a distruggere le scorte, nonostante l’urgenza crescente di approvvigionamenti sanitari nei Paesi destinatari.
Organizzazioni come Marie Stopes International e Population Services International hanno denunciato l’episodio come un “atto politicamente motivato” che penalizza milioni di donne e famiglie nei Paesi più vulnerabili. La scelta americana, secondo le ONG, compromette il diritto all’accesso a servizi sanitari essenziali e rischia di vanificare decenni di sforzi nel campo della salute riproduttiva. Gli effetti potrebbero tradursi in un aumento delle gravidanze indesiderate, dei parti a rischio e della mortalità materna in contesti già fortemente fragili.
L’episodio riapre il dibattito sull’impatto delle politiche interne degli Stati Uniti sull’azione internazionale in campo sanitario. Già durante amministrazioni precedenti, soprattutto in contesti repubblicani, erano state adottate misure restrittive in merito all’uso di fondi pubblici per la pianificazione familiare all’estero, come la cosiddetta “Global Gag Rule”, che impediva il finanziamento di ONG che offrissero o anche solo parlassero di aborto come opzione sanitaria. Sebbene l’attuale amministrazione abbia formalmente revocato quella norma, alcune delle sue logiche sembrano persistere attraverso nuove regole tecniche e requisiti burocratici.
Il danno economico rappresentato dalla distruzione del carico è significativo, ma ancora più critico appare il messaggio politico e simbolico che ne deriva. La salute riproduttiva e i diritti delle donne nei Paesi poveri si confermano terreno di scontro ideologico, in cui il pragmatismo dell’intervento sanitario entra in conflitto con la regolamentazione amministrativa e con la pressione dei gruppi conservatori. Alcuni senatori democratici hanno chiesto chiarimenti ufficiali all’amministrazione, sottolineando che nessuna norma dovrebbe impedire di salvare vite umane per ragioni burocratiche.
Diverse agenzie dell’ONU, tra cui il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA), hanno espresso preoccupazione per la perdita di risorse vitali in un momento in cui la domanda di contraccettivi nei Paesi in via di sviluppo è in forte aumento. La pandemia da COVID-19, le crisi umanitarie e l’instabilità economica globale hanno aggravato le disuguaglianze nell’accesso ai servizi sanitari e ridotto le capacità dei sistemi sanitari locali. La distruzione delle forniture americane rischia di avere un effetto domino su numerosi programmi già finanziati e pianificati, obbligando i Paesi partner a trovare fonti alternative o a interrompere le attività.
A livello tecnico, la questione solleva interrogativi sul coordinamento tra le autorità regolatorie statunitensi e quelle internazionali. Il prodotto distrutto, un contraccettivo ormonale iniettabile a lunga durata, è considerato sicuro ed efficace da parte dell’OMS e di altri enti di controllo, ed è già stato distribuito in oltre 70 Paesi nel mondo senza criticità. La mancata approvazione da parte della FDA, motivata da logiche di mercato e da criteri differenti, non ne mette in discussione la validità scientifica per l’uso in contesti di cooperazione.
L’episodio evidenzia la fragilità delle politiche sanitarie globali quando sono esposte all’influenza diretta delle scelte domestiche di grandi donatori. Gli Stati Uniti sono uno dei principali finanziatori di programmi di salute riproduttiva a livello mondiale, ma ogni cambiamento nelle loro politiche interne genera conseguenze a cascata su un sistema globale interconnesso. In assenza di una governance più forte e autonoma dei programmi internazionali, la cooperazione allo sviluppo rischia di rimanere ostaggio delle logiche interne dei Paesi più ricchi.
L’accesso ai contraccettivi è da anni uno degli obiettivi centrali delle agende globali sulla salute, in particolare degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’ONU. L’interruzione forzata di forniture già acquistate e pronte alla distribuzione rappresenta, secondo numerosi osservatori, un passo indietro preoccupante. Anche le principali reti di società civili dei Paesi africani e asiatici coinvolti hanno espresso disappunto, chiedendo maggiore autonomia nelle scelte di salute pubblica e una riduzione della dipendenza da decisioni esterne.
La questione potrebbe anche influenzare il dibattito in corso presso le grandi conferenze internazionali sul finanziamento alla cooperazione sanitaria. La richiesta che emerge da più fronti è quella di strutture di fornitura più resilienti e indipendenti, capaci di garantire la continuità dei servizi anche in presenza di blocchi o ripensamenti da parte dei singoli donatori. Nel frattempo, milioni di donne nei Paesi più poveri attendono l’arrivo di soluzioni alternative.

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