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Gergiev escluso dal concerto alla Reggia di Caserta dopo le proteste: la cultura tra libertà artistica e responsabilità etica

È stato ufficialmente annullato il concerto che il direttore d’orchestra russo Valery Gergiev avrebbe dovuto tenere il 27 luglio presso la Reggia di Caserta, nell’ambito della rassegna “Un’estate da Re”, promossa dalla Regione Campania. La decisione è arrivata in seguito alle forti polemiche sollevate da associazioni, politici, artisti e rappresentanti della società civile, che hanno contestato la presenza del maestro russo, considerato da anni uno dei più noti sostenitori del presidente Vladimir Putin. L’evento, inizialmente confermato nel programma della manifestazione, è stato soppresso con un comunicato congiunto da parte del Ministero della Cultura, della Regione Campania e della direzione della Reggia.


Il caso Gergiev ha riportato al centro dell’attenzione il dibattito sul confine tra libertà artistica e responsabilità pubblica, soprattutto in contesti segnati da conflitti armati e violazioni dei diritti umani. Il direttore d’orchestra, già escluso nel 2022 da istituzioni come la Scala di Milano, il Festival di Salisburgo e la Filarmonica di Monaco, è noto non solo per la sua eccellenza musicale ma anche per il suo legame diretto con il Cremlino. Nel 2014 aveva sostenuto apertamente l’annessione della Crimea e, con l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, non ha mai preso pubblicamente le distanze dalle azioni del governo russo. La sua presenza in un evento finanziato con fondi pubblici è stata considerata da molti incompatibile con i valori democratici e con l’attuale contesto geopolitico.


Tra i primi a mobilitarsi per chiedere l’annullamento del concerto vi è stata l’associazione Memorial Italia, espressione dell’omonima organizzazione russa per i diritti umani, premiata con il Nobel per la Pace nel 2022. Insieme a Memorial, anche il movimento “Russi Liberi” ha denunciato il rischio di legittimare, attraverso la presenza di Gergiev, una narrazione propagandistica del regime di Mosca. Le due organizzazioni hanno sollevato dubbi sulla destinazione dei fondi pubblici impiegati per l’evento, avanzando la richiesta di un’istruttoria sulla trasparenza degli accordi.


La mobilitazione ha coinvolto figure di primo piano della cultura, della politica e delle istituzioni. Tra le voci più critiche vi è stata quella di Yulia Navalnaya, vedova dell’oppositore russo Alexei Navalny, che ha definito Gergiev “uno degli strumenti di propaganda più raffinati del regime putiniano”. Il suo appello è stato rilanciato da esponenti del Parlamento europeo, come la vicepresidente Pina Picierno, che ha chiesto l’immediata revoca della partecipazione del direttore russo alla manifestazione. A livello nazionale, il tema ha coinvolto partiti di ogni schieramento: Riccardo Magi di +Europa, Carlo Calenda per Azione e anche esponenti del Partito Democratico e di Fratelli d’Italia hanno espresso posizioni convergenti nel giudicare inopportuna la presenza di Gergiev.


L’intervento più atteso è stato quello del ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, che ha definito la decisione di annullare il concerto come “doverosa” in un contesto in cui “la libertà artistica non può diventare copertura per messaggi politici legati a regimi autoritari”. Il ministro ha ribadito che l’arte è libera ma non può essere usata come strumento di legittimazione ideologica. Nello stesso comunicato con cui si è annunciata la cancellazione dell’evento, si è specificato che la scelta è stata presa “in coerenza con i valori costituzionali e con l’impegno dell’Italia a favore della libertà e della democrazia”.


In difesa del concerto si era inizialmente espresso il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, che aveva chiesto di evitare “strumentalizzazioni ideologiche” e di non confondere il piano artistico con quello politico. De Luca aveva sostenuto che Gergiev era stato invitato in qualità di musicista, e che il suo ruolo nella vita pubblica russa non doveva interferire con la libertà della programmazione culturale. Anche esponenti del mondo della musica avevano invitato alla cautela, sottolineando la necessità di preservare lo spazio autonomo dell’arte.


Ma le pressioni si sono fatte sempre più forti. La petizione online lanciata contro il concerto ha superato in pochi giorni le 16.000 firme, raccolte in Italia e all’estero. Artisti, accademici, giornalisti e attivisti hanno firmato un appello congiunto in cui si affermava che “invitare Gergiev oggi in Italia è un insulto a quanti stanno combattendo per la libertà in Ucraina e in Russia”. Il documento ricordava anche le precedenti prese di posizione del direttore d’orchestra, in particolare il concerto celebrativo tenuto nel 2016 nella Palmira siriana riconquistata dalle truppe di Assad con il sostegno militare russo.


La vicenda ha suscitato dibattiti accesi anche nel settore culturale, dividendo critici musicali, sovrintendenti, direttori di festival e giornalisti. Alcuni hanno definito l’annullamento una “forma di censura preventiva” che rischia di aprire un precedente pericoloso, altri hanno ribadito che ogni scelta artistica comporta una responsabilità morale e che in questo caso l’identificazione tra l’artista e il potere politico era troppo stretta per essere ignorata. L’episodio ha evidenziato quanto il confine tra cultura e politica sia oggi sottile e controverso, soprattutto quando si tratta di artisti che svolgono ruoli pubblici in contesti non democratici.


La cancellazione del concerto di Gergiev alla Reggia di Caserta non è solo una questione di programmazione artistica, ma un caso emblematico di come la guerra, la geopolitica e i diritti umani stiano ridefinendo i parametri della partecipazione culturale in Europa. In un contesto segnato dal conflitto ucraino, dalla repressione in Russia e dalla crisi diplomatica globale, la figura di Gergiev diventa simbolo di un’intersezione critica tra bellezza artistica e complicità politica. E la reazione italiana testimonia una nuova sensibilità, non più disposta a separare il talento dal potere.

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