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Gaza, strage silenziosa tra le file per gli aiuti: almeno 900 morti da maggio sotto il fuoco durante la distribuzione del cibo

Nella devastata Striscia di Gaza, la fame si è trasformata in una trappola mortale. Dal mese di maggio, secondo quanto riferiscono fonti delle Nazioni Unite e ONG internazionali, almeno 900 civili palestinesi sono stati uccisi mentre si trovavano in fila per ricevere aiuti umanitari. Un numero che fotografa un'ecatombe umana invisibile, consumata giorno dopo giorno sotto il peso della disperazione e della guerra. Il dato, aggiornato ai primi giorni di luglio, include donne, bambini e anziani che si erano radunati per ricevere pacchi di cibo o bottiglie d’acqua, spesso in zone prive di reale sicurezza, in aree dove il rischio di attacchi e bombardamenti resta quotidiano.


Il fenomeno si è acuito con il progressivo deterioramento delle condizioni umanitarie nella Striscia, in seguito ai continui raid israeliani, all'assedio totale e all’impossibilità di far giungere regolarmente gli aiuti. La popolazione civile, già stremata da mesi di guerra, si accalca ai checkpoint o nei pochi centri di distribuzione che ancora funzionano, rischiando la vita in assenza di corridoi umanitari garantiti. Le autorità locali e i rappresentanti di UNRWA, la principale agenzia ONU operativa sul campo, denunciano che i convogli vengono sistematicamente colpiti o ostacolati, anche quando viaggiano sotto scorta internazionale.


Gli episodi si ripetono con una frequenza inquietante. A Khan Yunis, a Deir al-Balah, ma soprattutto nella zona settentrionale della Striscia, centinaia di persone sono state uccise o ferite in circostanze analoghe: colpi d’arma da fuoco esplosi su folle ammassate in attesa di un sacco di farina, droni che sorvolano aree di raccolta e attacchi improvvisi che causano panico e morti. Secondo testimonianze raccolte da operatori sul campo, molte delle vittime sono state colpite mentre cercavano di trasportare sacchi sulle spalle o mentre spingevano bambini nei carretti. In diversi casi, i corpi sono rimasti ore a terra prima di poter essere recuperati.


L’alto numero di vittime si deve anche alla sovrapposizione tra gli orari di distribuzione degli aiuti e le operazioni militari israeliane. Tel Aviv accusa Hamas di utilizzare le code umanitarie come scudo per infiltrare militanti armati o per trasportare materiali bellici, tesi che però non trova riscontri in numerosi rapporti indipendenti. Per contro, diverse organizzazioni per i diritti umani, tra cui Human Rights Watch e Amnesty International, denunciano una deliberata strategia di terrore psicologico verso i civili, con l’intento di dissuaderli dal radunarsi in zone di soccorso.


Il bilancio di 900 morti in soli due mesi, legati esclusivamente agli episodi di fuoco durante la distribuzione del cibo, si aggiunge alle decine di migliaia di vittime civili causate dai bombardamenti, dalle malattie e dalla fame. Il quadro umanitario delineato dai rapporti ONU è drammatico: oltre l’80% della popolazione non ha accesso regolare ad acqua potabile, la maggior parte degli ospedali è inagibile e le scorte alimentari sono al limite. Le autorità sanitarie locali, con mezzi sempre più scarsi, non riescono più a far fronte né alle cure d’emergenza né alla gestione dei corpi, spesso lasciati a lungo in strada o sepolti in fosse comuni.


L’intensificarsi degli attacchi nelle aree di distribuzione ha portato molte ONG a sospendere temporaneamente le consegne o a ridurre i punti di raccolta, accentuando ulteriormente la crisi. La situazione è resa più complessa dall’assenza di una cabina di regia internazionale. Le trattative per una tregua duratura sono in fase di stallo e i tentativi di organizzare corridoi umanitari protetti falliscono sistematicamente. Il valico di Rafah, unica via di uscita verso l’Egitto, resta chiuso alla maggior parte dei convogli, mentre gli accessi da Israele sono sottoposti a ispezioni interminabili o totalmente bloccati.


Il fenomeno delle stragi tra le file per il cibo ha provocato anche un impatto psicologico devastante sulla popolazione, soprattutto sui più piccoli. Secondo i dati raccolti da Save the Children, oltre il 70% dei bambini a Gaza mostra sintomi di stress post-traumatico, accentuato dalla visione quotidiana di cadaveri, spari, urla e distruzione. Le famiglie, anche quando ricevono segnalazioni su nuovi arrivi di cibo, si trovano costrette a decidere se rischiare la morte o restare senza nulla per giorni. Le immagini diffuse dai pochi fotoreporter rimasti sul campo mostrano scene strazianti: bambini che cercano di raccogliere pane tra le macerie, madri che stringono figli morenti, anziani che barcollano sotto il sole aspettando un pasto.


La gravità della situazione ha spinto anche le Nazioni Unite a rivedere le modalità di distribuzione, ipotizzando l’utilizzo di droni per lanci aerei controllati o l’impiego di convogli automatizzati a guida remota, soluzioni tuttavia complesse e costose, non immediatamente attuabili. Intanto, la comunità internazionale continua a dividersi: da un lato chi chiede un cessate il fuoco immediato per permettere la distribuzione degli aiuti in sicurezza, dall’altro chi insiste sul mantenimento delle operazioni militari fino alla completa neutralizzazione di Hamas.


Nel frattempo, ogni giorno che passa aggiunge nuovi nomi all’elenco delle vittime. L’idea che la fame e la miseria possano diventare un’esca letale è oggi una delle realtà più drammatiche del conflitto in corso. La strage silenziosa tra le file per un sacco di farina o una bottiglia d’acqua è il simbolo più crudele della disumanizzazione della guerra e dell’assenza di ogni garanzia minima di protezione per la popolazione civile.

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