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Gaza, sparatorie mortali ai centri di distribuzione alimentare: decine di vittime mentre cresce la crisi umanitaria

Nel cuore della Striscia di Gaza, la crisi umanitaria continua ad aggravarsi in modo drammatico. Nelle ultime 48 ore, almeno 30 palestinesi sono stati uccisi in diverse sparatorie avvenute nei pressi dei centri di distribuzione alimentare. Le vittime, secondo quanto riportato da fonti locali e da organizzazioni internazionali, erano in maggioranza civili in attesa di ricevere aiuti umanitari essenziali. I fatti si sono verificati in particolare nelle aree di Khan Younis e Rafah, nel sud della Striscia, già teatro nei mesi scorsi di intensi bombardamenti e sfollamenti di massa.


Le sparatorie sono avvenute mentre migliaia di persone si erano radunate nei punti di consegna del cibo, organizzati da ONG locali e internazionali con il supporto parziale dell’UNRWA e del Programma Alimentare Mondiale. In molti casi, i civili erano in coda da ore sotto il sole, in condizioni precarie, senza garanzie di sicurezza né controllo da parte delle autorità militari o civili. Secondo quanto emerso da testimoni oculari, uomini armati non identificati avrebbero aperto il fuoco sulla folla, scatenando il panico e provocando una fuga disordinata che ha aggravato il numero dei feriti.


Le autorità israeliane, interpellate su quanto accaduto, hanno inizialmente parlato di “tentativi di assalto non autorizzato ai convogli umanitari”, sostenendo che in alcuni casi le forze dell’IDF (Israel Defense Forces) avrebbero risposto a comportamenti “pericolosi” da parte della folla. Tuttavia, fonti indipendenti, tra cui Human Rights Watch e la Mezzaluna Rossa Palestinese, riportano una versione differente: le forze israeliane avrebbero sparato direttamente sui civili disarmati nel tentativo di disperdere la folla, provocando un numero sproporzionato di vittime rispetto alla minaccia effettiva.


Questi episodi si collocano in un contesto già estremamente critico. Dopo mesi di conflitto, gran parte della popolazione di Gaza vive in condizioni di emergenza assoluta. Secondo l’ultimo rapporto dell’OCHA (Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari), più del 75% degli abitanti della Striscia è attualmente sfollato, con accesso limitato ad acqua potabile, assistenza sanitaria e rifornimenti alimentari. I valichi con Israele e con l’Egitto restano in gran parte chiusi o soggetti a controlli rigidi, rendendo quasi impossibile il passaggio regolare di convogli umanitari.


Il sistema di distribuzione del cibo, da settimane affidato in parte a ONG locali coordinate con la Gaza Humanitarian Foundation, non riesce a rispondere all’enorme richiesta. In molte zone, la popolazione è costretta ad affrontare ore di cammino e di attesa per ottenere razioni minime di pane, farina o legumi. La mancanza di carburante ha paralizzato la catena logistica e impedisce anche l’uso dei frigoriferi per la conservazione dei generi alimentari. In questo quadro, le tensioni attorno ai centri di distribuzione sono in costante aumento e spesso degenerano in violenza, come avvenuto nei giorni scorsi.


Le agenzie umanitarie continuano a lanciare appelli per ottenere garanzie di sicurezza e corridoi protetti per la distribuzione degli aiuti. Il segretario generale dell’ONU, António Guterres, ha definito la situazione “insostenibile” e ha chiesto alle parti coinvolte nel conflitto di rispettare il diritto umanitario internazionale. “È inaccettabile che civili vengano uccisi mentre cercano cibo. Ogni essere umano ha diritto alla sopravvivenza”, ha dichiarato in una nota ufficiale.


Anche la comunità internazionale si è espressa con toni sempre più preoccupati. Il presidente francese Emmanuel Macron ha chiesto una riunione straordinaria del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, mentre l’Unione Europea ha chiesto una sospensione delle ostilità per consentire la distribuzione sicura degli aiuti. In parallelo, diverse capitali occidentali hanno esercitato pressioni su Israele affinché garantisca l’accesso umanitario senza ostacoli e riveda le regole d’ingaggio delle proprie truppe nei confronti della popolazione civile.


Le famiglie palestinesi che vivono nelle aree più colpite si trovano ora in una condizione di abbandono. Le testimonianze raccolte da giornalisti e operatori umanitari sono eloquenti. Umm Noura, madre di cinque figli, racconta di aver visto morire due persone accanto a lei mentre era in fila per ricevere un sacco di riso. “Non avevano nulla in mano, solo la tessera per il pane. Ci hanno sparato addosso senza un motivo,” dice con voce rotta. Episodi simili si ripetono con crescente frequenza, mentre le autorità locali non sono più in grado di assicurare un minimo di controllo o coordinamento.


Il peggioramento della sicurezza attorno ai centri di distribuzione rischia di compromettere ulteriormente l’intervento umanitario nella Striscia. Le ONG internazionali valutano la possibilità di sospendere temporaneamente le consegne nelle zone più pericolose, temendo per la vita degli operatori. Il Programma Alimentare Mondiale ha già ritirato alcuni team da Rafah, in attesa di condizioni più favorevoli. L’UNICEF ha denunciato la mancanza di protezione per donne e bambini, i più esposti in queste situazioni di emergenza.


Intanto, l’opinione pubblica globale si mobilita. Da Londra a New York, da Madrid a Berlino, migliaia di persone sono scese in piazza per chiedere il cessate il fuoco e l’apertura immediata di corridoi umanitari. Sui social network, le immagini delle sparatorie davanti ai centri alimentari di Gaza hanno sollevato un’ondata di indignazione e alimentato il dibattito sulla responsabilità delle potenze occidentali nel conflitto in corso. Le organizzazioni per i diritti umani chiedono indagini indipendenti e la creazione di una missione internazionale di monitoraggio.


A Gaza, però, la realtà rimane immutata: ogni giorno la sopravvivenza è una lotta contro il tempo, la fame e la violenza. I centri di distribuzione alimentare, nati per salvare vite, si stanno trasformando in epicentri di morte e disperazione, mentre la comunità internazionale assiste impotente a un deterioramento senza fine della crisi.

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