Gaza, l’ONU approva la risoluzione per il cessate il fuoco e l’accesso umanitario: un fragile passo verso la tregua
- piscitellidaniel
- 13 giu
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Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato con ampia maggioranza una risoluzione che chiede un cessate il fuoco immediato nella Striscia di Gaza e garantisce l’accesso umanitario senza ostacoli per la popolazione civile. La risoluzione, passata con 14 voti a favore e un’unica astensione – quella della Russia – rappresenta un momento politico di particolare rilievo all’interno della crisi mediorientale, giunta ormai a un punto di drammatica escalation dopo mesi di conflitto armato, bombardamenti incessanti e un numero crescente di vittime civili. L’approvazione del testo, benché simbolicamente forte, apre ora un percorso diplomatico difficile, incerto nei suoi esiti ma carico di aspettative per milioni di persone intrappolate nella morsa della guerra.
Il testo della risoluzione, promosso dagli Stati Uniti e fortemente sostenuto da Francia, Regno Unito e Paesi africani e arabi moderati, si articola in tre punti principali: cessazione immediata delle ostilità tra Israele e Hamas, rilascio incondizionato di tutti gli ostaggi detenuti nella Striscia e accesso completo e sicuro per gli aiuti umanitari a Gaza. Pur non facendo esplicito riferimento a una tregua permanente o a una soluzione politica di lungo periodo, la risoluzione si pone come tappa fondamentale verso la de-escalation militare e la ricostruzione di un minimo di cornice negoziale tra le parti.
Israele ha accolto con freddezza il provvedimento, sottolineando – attraverso dichiarazioni ufficiali del portavoce del governo – che non si tratta di una risoluzione vincolante e che non accetterà “interferenze nella propria strategia di sicurezza nazionale”. Il premier Benjamin Netanyahu ha ribadito che l’obiettivo principale resta “la neutralizzazione totale di Hamas” e che qualsiasi cessazione delle ostilità “non potrà avvenire prima del raggiungimento degli obiettivi strategici dello Stato di Israele”. Tuttavia, negli ambienti diplomatici di Tel Aviv si segnala una crescente pressione interna ed esterna affinché venga data almeno una finestra operativa all’iniziativa delle Nazioni Unite, specialmente sul fronte dell’accesso umanitario.
Hamas, dal canto suo, ha dichiarato di accogliere “positivamente” il contenuto della risoluzione, a patto che venga rispettata da Israele. In un comunicato diffuso da Doha, dove si trovano alcuni esponenti dell’ala politica del movimento, Hamas ha parlato di “possibile apertura a un processo negoziale per il cessate il fuoco”, ma ha anche ribadito che “qualsiasi tregua sarà vana se non si pone fine all’assedio di Gaza e all’occupazione”. I gruppi armati legati a Hamas continuano a lanciare razzi sporadici verso il sud di Israele, e nelle stesse ore in cui veniva approvata la risoluzione si sono registrati nuovi scontri nella zona di Rafah e nel campo profughi di Jabalia.
Sul piano umanitario, la risoluzione dell’ONU assume un peso specifico cruciale. Le agenzie internazionali – in particolare l’UNRWA, il Programma Alimentare Mondiale e la Croce Rossa – hanno lanciato da settimane l’allarme per la situazione ormai al collasso nella Striscia. Si stima che oltre l’85% della popolazione sia sfollata, con più di 35.000 morti – secondo fonti del Ministero della Salute di Gaza – e un numero ancora imprecisato di feriti, molti dei quali senza accesso a cure adeguate. Gli ospedali sono ridotti al minimo operativo, il sistema idrico è compromesso, e l’accesso al cibo e all’elettricità è interrotto da settimane. In questo contesto, il riconoscimento formale dell’accesso umanitario come diritto inderogabile rappresenta un punto di svolta, almeno sul piano del diritto internazionale.
Il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha definito l’approvazione della risoluzione “un atto di responsabilità storica”. Durante la conferenza stampa seguita al voto, Guterres ha lanciato un appello a tutte le parti affinché “mettano fine alla spirale di vendetta e distruzione che sta portando il Medio Oriente verso il baratro”. Ha poi invitato i membri permanenti del Consiglio – e in particolare Stati Uniti e Russia – a usare la loro influenza per stabilizzare il conflitto e tornare a una cornice negoziale multilaterale, sotto l’egida dell’ONU.
Il voto stesso, peraltro, rappresenta un segnale di nuova coesione tra gli attori globali, almeno sul piano delle intenzioni. Gli Stati Uniti, fino a oggi riluttanti a sostenere risoluzioni critiche nei confronti di Israele, hanno scelto di assumere un ruolo di leadership, probabilmente sotto la crescente pressione dell’opinione pubblica interna e di alcuni partner europei. La Russia, unica astenuta, ha motivato la sua posizione con la mancata inclusione esplicita nel testo della condanna alle operazioni militari israeliane, ma non ha opposto veto, lasciando di fatto passare il documento.
L’approvazione della risoluzione è stata accolta con manifestazioni di sostegno in numerose capitali del mondo arabo e in diverse piazze europee, dove la società civile chiede da settimane una soluzione negoziata e la fine della violenza. Al tempo stesso, i governi dei Paesi arabi più moderati – Egitto, Giordania, Emirati Arabi Uniti – hanno espresso soddisfazione per l’esito del voto e si sono dichiarati pronti a contribuire all’implementazione degli aiuti umanitari, con l’invio di mezzi, personale sanitario e corridoi logistici sicuri.
Restano però aperti molti interrogativi sulla concreta applicabilità della risoluzione. Non esiste al momento una forza internazionale in grado di garantire la cessazione delle ostilità sul terreno, né è stato definito un meccanismo operativo per monitorare il rispetto della tregua. Il rischio di una tregua unilaterale non rispettata o strumentalizzata dalle parti è elevato, come già accaduto in passato. Inoltre, l’assenza di un chiaro riferimento a un percorso politico post-conflitto lascia irrisolto il nodo centrale: la questione palestinese nella sua interezza, compresa la governance della Striscia di Gaza, il riconoscimento reciproco e lo status di Gerusalemme.
Il Consiglio di Sicurezza ha chiesto aggiornamenti costanti sulla situazione in loco e ha annunciato una nuova riunione entro due settimane per valutare l’attuazione concreta dei punti della risoluzione. In questo lasso di tempo, sarà fondamentale il ruolo dei mediatori regionali – Qatar, Egitto e Turchia – già impegnati in colloqui riservati tra le parti. Parallelamente, l’Unione Europea ha annunciato un incremento dei fondi per l’assistenza ai civili palestinesi e un’intensificazione del coordinamento logistico con l’ONU per la distribuzione degli aiuti. La comunità internazionale rimane in attesa di segnali concreti di attuazione, consapevole che ogni giorno di stallo comporta nuove perdite e aggrava una crisi umanitaria già senza precedenti.

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