Gaza, Hamas respinge il piano Usa: “impossibile consegnare tutti gli ostaggi in un giorno”
- piscitellidaniel
- 8 set
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La crisi in Medio Oriente segna un nuovo punto di tensione dopo che Hamas ha respinto la proposta avanzata dagli Stati Uniti per la liberazione degli ostaggi detenuti a Gaza. Secondo il piano americano, il rilascio avrebbe dovuto avvenire in un’unica giornata, con la consegna simultanea di tutte le persone ancora prigioniere. La risposta di Hamas è stata netta: un’operazione di questo tipo non è considerata praticabile, né dal punto di vista logistico né da quello politico.
La vicenda degli ostaggi resta uno dei nodi centrali della guerra in corso nella Striscia. Decine di persone, tra civili israeliani e cittadini stranieri, sono ancora trattenute da mesi nelle mani dell’organizzazione palestinese. Per Israele, la loro liberazione è una priorità assoluta, sia sul piano umanitario sia su quello politico, mentre per Hamas gli ostaggi rappresentano uno strumento di pressione negoziale e una carta fondamentale nei rapporti con la comunità internazionale.
Il piano proposto da Washington prevedeva garanzie di sicurezza e la mediazione di attori regionali come Egitto e Qatar, che da tempo cercano di mantenere aperti i canali diplomatici. L’idea era quella di risolvere rapidamente una delle questioni più drammatiche del conflitto, creando le condizioni per un cessate il fuoco almeno temporaneo. La risposta di Hamas, tuttavia, ha smorzato le aspettative, riportando il negoziato in una situazione di stallo.
Secondo i portavoce dell’organizzazione, la consegna simultanea di tutti gli ostaggi in un solo giorno sarebbe impossibile da gestire in un territorio devastato dai bombardamenti e con infrastrutture al collasso. Hamas sostiene che un rilascio immediato non garantirebbe la sicurezza né dei prigionieri né dei mediatori, e che la proposta americana non tiene conto della complessità della situazione sul terreno. L’organizzazione ha ribadito la disponibilità a discutere di scambi graduali, legati a concessioni politiche e militari da parte di Israele.
Sul fronte israeliano, la reazione è stata di forte irritazione. Il governo guidato da Benjamin Netanyahu ha ribadito che Hamas deve essere messa di fronte a una scelta netta: liberare tutti gli ostaggi senza condizioni o affrontare un’ulteriore escalation militare. Le autorità israeliane hanno criticato la risposta di Hamas definendola una tattica dilatoria volta a guadagnare tempo e a rafforzare le proprie posizioni militari all’interno della Striscia.
Gli Stati Uniti, nel frattempo, cercano di mantenere aperto il dialogo. L’amministrazione americana considera la liberazione degli ostaggi una condizione imprescindibile per avviare qualsiasi percorso di pacificazione. Il segretario di Stato Antony Blinken ha ribadito che Washington continuerà a lavorare con i partner regionali per esercitare pressioni su Hamas, ma ha riconosciuto le difficoltà di un contesto segnato da sfiducia reciproca e da una violenza che non accenna a diminuire.
Sul terreno, la situazione resta drammatica. I bombardamenti israeliani continuano a colpire la Striscia, mentre i razzi lanciati da Gaza raggiungono le città israeliane del sud. La popolazione civile è stremata da mesi di conflitto: le vittime aumentano quotidianamente e le organizzazioni umanitarie denunciano condizioni di vita insostenibili. L’accesso ad acqua potabile, elettricità e assistenza sanitaria è ridotto al minimo, e gli ospedali sono al collasso.
La questione degli ostaggi è anche un tema simbolico, che influisce profondamente sull’opinione pubblica dei due fronti. In Israele, le famiglie delle persone sequestrate chiedono al governo di fare ogni sforzo possibile per riportare a casa i loro cari, mentre a Gaza la popolazione vede negli ostaggi uno strumento che può garantire una maggiore attenzione internazionale alle proprie condizioni. Questa dimensione emotiva rende ancora più complesso il negoziato, alimentando tensioni politiche interne e spingendo le leadership a scelte difficili.
Gli osservatori internazionali sottolineano come la bocciatura del piano Usa non significhi la fine delle trattative, ma rappresenti piuttosto un passaggio di forza all’interno di una partita che resta aperta. Hamas vuole mostrare di non cedere a pressioni unilaterali e di avere il controllo del processo negoziale, mentre gli Stati Uniti cercano di mantenere credibilità come mediatori in un conflitto che rischia di destabilizzare ulteriormente l’intera regione.
Il nodo centrale rimane l’assenza di fiducia tra le parti. Israele teme che qualsiasi concessione possa essere sfruttata militarmente da Hamas, mentre l’organizzazione palestinese non si fida delle garanzie offerte da Tel Aviv e dai mediatori internazionali. In questo contesto, la prospettiva di un accordo rapido appare remota, e il conflitto continua a svilupparsi su due piani paralleli: quello militare e quello diplomatico.
La bocciatura del piano Usa da parte di Hamas riporta quindi il negoziato in una fase di impasse. La comunità internazionale guarda con preoccupazione a questo nuovo stallo, consapevole che il tempo gioca a sfavore soprattutto della popolazione civile, costretta a vivere in condizioni sempre più estreme.

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