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Gaza, Hamas insiste: negoziati per cessate il fuoco vanno portati a termine secondo le richieste palestinesi

Hamas ha ribadito che esiste un consenso interno nella sua leadership per completare i negoziati di tregua a Gaza, con l’obiettivo di farlo “in un modo che soddisfi le richieste palestinesi”. La determinazione emerge nonostante recenti attacchi contro membri del gruppo, compresi leader situati all’estero, e conferma che le condizioni poste sono non negoziabili per entrambi i lati del tavolo diplomatico. Obiettivo primario per Hamas è una cessazione completa delle ostilità, il ritiro militare delle forze israeliane dalla Striscia, lo scambio dei prigionieri e la consegna di aiuti umanitari senza ostacoli.


Secondo fonti vicine all’organizzazione palestinese, la novità di questi giorni è che la proposta mediata da paesi come Egitto e Qatar continua a essere sotto valutazione nella sua totalità. Un documento che prevede una tregua temporanea come strumento propedeutico per accordi più duraturi, ma che deve rispondere alle richieste essenziali: fine della guerra, ritiro delle truppe e condizioni per la ricostruzione. È forte la pressione affinché non si accettino misure parziali che lascino la Porta aperta a nuove azioni militari o a limitazioni che rendano vana la tregua.


L’attacco contro alti funzionari di Hamas in Qatar non ha infranto il fronte interno del gruppo: nonostante la perdita di alcuni membri e il clima di ostilità che ne è seguito, la leadership insiste sulla linea già decisa. Gli eventi recenti sono percepiti come tentativi esterni di indebolire la posizione negoziale di Hamas, ma il movimento sostiene proprio che potrebbe rafforzare la necessità di un accordo definitivo, piuttosto che spingere per una resa parziale. La forza percepita non è solo militare, ma politica: mantenere ferme le condizioni base costituisce segnale verso la comunità internazionale che le concessioni non verranno fatte sotto pressione, se non garantiscono l’efficacia concreta della tregua.


Il ruolo dei mediatori è centrale: l’Egitto viene indicato come interlocutore che continuerà a seguire passo per passo il percorso negoziale, insieme al Qatar, che ha già svolto funzioni di collegamento diplomatico in passato. Le fonti affermano che la mediazione è percepita da Hamas come essenziale per ottenere garanzie che le richieste palestinesi non vengano tradite. In particolare, la leadership chiede che il cessate il fuoco venga accompagnato da un piano di verifica del ritiro delle forze, oltre che dalla apertura sostenuta e senza ostacoli di corridoi umanitari e strutture di ricostruzione.


Nel frattempo, Israele ha mantenuto la propria linea negoziale, richiedendo che vengano soddisfatti alcuni presupposti prima di concedere una tregua: libertà dalle minacce per i suoi cittadini, il rilascio degli ostaggi, la sicurezza del confine, lo smantellamento delle infrastrutture militari che possano permettere nuovi attacchi, e garanzie sul fatto che Hamas non possa utilizzare la tregua come finestra per riarmarsi. Il rischio percepito da Tel Aviv è che una tregua troppo rilassata possa lasciare spazio a nuove infiltrazioni, ricostruzione militare, o a rotture del cessate il fuoco.


Il negoziato è dunque al crocevia tra richieste di legittimità per Hamas e condizioni di sicurezza per Israele. Hamas vuole che la tregua non sia una sospensione temporanea, ma un passo verso la fine della guerra, con misure concrete che impediscano il ritorno immediato al conflitto. Le condizioni sul ritiro, il rilascio dei prigionieri, il controllo sull’arrivo degli aiuti e il tipo di supervisione internazionale sono diventate elementi imprescindibili per valutare l’eventuale accordo finale.


La comunità internazionale osserva con attenzione. I paesi mediatori sottolineano che ogni proposta deve essere attuabile sul campo, accettabile da entrambe le parti e verificabile. Organizzazioni umanitarie e attori regionali chiedono che la tregua non sia solo formale, ma seguita da apertura reale, assistenza continua, protezione dei civili e sforzi per ricostruire infrastrutture essenziali distrutte dalla guerra.


L’equilibrio che si sta cercando è fragile: da un lato la pressione perché l’offensiva israeliana cessi definitivamente, dall’altro la preoccupazione di Israele che Hamas mantenga capacità offensiva residua. Per Hamas, però, accettare un cessate il fuoco che non preveda il ritiro totale o che non includa scambi di prigionieri e impegni concreti equivarrebbe a perdere consenso interno.


La prospettiva che emerge è che qualunque accordo, per essere sostenibile, debba avere tre pilastri: cessate il fuoco reale, ritiro o almeno riduzione molto chiara delle presenze militari israeliane, e un Meccanismo di scambio prigionieri robusto e verificabile, oltre a misure per sicurezza civile e accesso umanitario. Se queste condizioni saranno soddisfatte, solo allora Hamas ritiene che la tregua possa trasformarsi in una base per stabilità duratura nella Striscia.

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