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Gaza costringe Berlino a fare i conti con il passato e con la relazione con Israele

La guerra in corso nella Striscia di Gaza ha riaperto in Germania una riflessione dolorosa e mai davvero conclusa sul rapporto con la propria memoria storica, sul senso di colpa collettivo per l’Olocausto e sulla posizione da assumere nei confronti dello Stato di Israele. La Repubblica Federale, nata dal trauma della Shoah e da una precisa volontà di espiazione, ha sempre mantenuto una linea di sostegno quasi incondizionato a Israele, definendo la sicurezza dello Stato ebraico una "ragion di Stato" della propria politica estera. Tuttavia, i massacri e la devastazione in corso a Gaza hanno scosso questa certezza, generando tensioni politiche, sociali e identitarie nel cuore della democrazia tedesca.


Le immagini provenienti dalla Striscia, le accuse di uso sproporzionato della forza da parte dell’esercito israeliano e le denunce delle organizzazioni internazionali hanno aperto un varco nel dibattito pubblico tedesco. Da settimane, le piazze di Berlino, Francoforte, Colonia e Amburgo sono teatro di proteste pro-palestinesi, spesso partecipate da giovani, attivisti e membri delle comunità musulmane. Queste manifestazioni si scontrano però con un sistema politico che tende a interpretare ogni critica a Israele come potenzialmente antisemita, creando un clima di repressione e tensione.


La gestione dell’equilibrio tra il diritto alla libertà di espressione e la lotta all’antisemitismo si è fatta più complicata che mai. Il governo guidato da Olaf Scholz ha ribadito il proprio sostegno a Israele dopo gli attacchi del 7 ottobre da parte di Hamas, definendoli atti terroristici inaccettabili e affermando il diritto di Israele alla difesa. Tuttavia, con il protrarsi dell’offensiva militare su Gaza, il governo tedesco ha dovuto confrontarsi con le crescenti pressioni interne e internazionali per un cambiamento di rotta.


Le tensioni si manifestano anche all’interno della coalizione di governo. I Verdi, in particolare, sono attraversati da una spaccatura tra l’ala governativa, fedele alla linea della realpolitik e del sostegno a Israele, e i settori più giovani e progressisti che denunciano il disastro umanitario a Gaza. La ministra degli Esteri Annalena Baerbock ha cercato un difficile equilibrio, condannando Hamas ma chiedendo anche il rispetto del diritto internazionale umanitario. Tuttavia, questa posizione sfuma nel contesto di un dibattito nazionale polarizzato, dove la memoria della Shoah diventa spesso una lente deformante che impedisce di affrontare la complessità del conflitto israelo-palestinese.


Il dibattito tedesco si svolge sotto il peso di una storia ingombrante. L’Olocausto non è solo una ferita storica, ma è il fondamento morale e culturale della democrazia tedesca. Per decenni, questa consapevolezza ha portato Berlino a sostenere in modo quasi automatico la politica israeliana, anche nei suoi aspetti più controversi. Tuttavia, le nuove generazioni mettono in discussione questo automatismo, rifiutando l’identificazione meccanica tra solidarietà con le vittime del passato e appoggio politico all’attuale governo israeliano.


Allo stesso tempo, la Germania si interroga sul proprio ruolo di mediatore. Storicamente attenta a mantenere un equilibrio tra l’Occidente e il Medio Oriente, oggi Berlino appare meno incisiva sulla scena diplomatica internazionale. Il peso morale accumulato in decenni di politica di espiazione rischia di trasformarsi in un freno alla capacità di esprimere una posizione autonoma e costruttiva nel conflitto. Le critiche da parte di ONG, intellettuali e parte dell’opinione pubblica tedesca si concentrano su questo: l’incapacità di distinguere tra solidarietà verso le vittime dell’Olocausto e l’esigenza di condannare, quando necessario, le violazioni del diritto internazionale da parte dello Stato israeliano.


Il dibattito ha investito anche le istituzioni culturali. In diversi teatri, musei e università si sono moltiplicati casi di censura o sospensione di artisti, accademici o intellettuali accusati di antisemitismo per aver espresso posizioni critiche verso Israele. In molti casi si tratta di esponenti di origine araba o di intellettuali ebrei progressisti, come l'autore Joshua Cohen o la filosofa Judith Butler, i cui interventi sono stati cancellati o boicottati. Questa deriva ha suscitato una forte reazione da parte di decine di accademici tedeschi, che hanno firmato appelli per difendere la libertà di pensiero e mettere in discussione la linea repressiva assunta dalle istituzioni pubbliche.


Anche la stampa tedesca è divisa. Alcuni grandi quotidiani come la «Frankfurter Allgemeine Zeitung» e la «Welt» mantengono una linea editoriale filoisraeliana, mentre testate più progressiste come la «taz» o la sezione esteri di «Der Spiegel» hanno ospitato analisi critiche sull’offensiva israeliana a Gaza e sulle contraddizioni della politica tedesca. La polarizzazione dell’informazione alimenta un clima culturale teso, in cui le posizioni moderate rischiano di essere schiacciate tra accuse reciproche di antisemitismo o di complicità con il terrorismo.


Nel frattempo, le comunità musulmane in Germania vivono un clima di crescente sospetto. Dopo gli attacchi del 7 ottobre, sono aumentati i controlli, le denunce e le richieste di scioglimento di associazioni accusate di legami con Hamas o con ambienti radicali. Tuttavia, molte di queste realtà si dichiarano pacifiche e affermano di essere vittime di una repressione politica alimentata dalla pressione dell’opinione pubblica e dalla necessità del governo di dimostrare fermezza. Il risultato è un irrigidimento del clima interno, che mette a rischio la coesione sociale e alimenta sentimenti di marginalizzazione.


L’equilibrio tra il dovere della memoria e l’esercizio della critica democratica si rivela sempre più fragile. Il caso tedesco dimostra quanto sia difficile, anche in un sistema consolidato, conciliare la responsabilità storica con la necessità di assumere posizioni eticamente coerenti nel presente. Il conflitto in Medio Oriente agisce da catalizzatore di tensioni identitarie, politiche e morali che mettono in discussione le fondamenta della convivenza e della politica estera tedesca.

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