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Gaza, altri 34 morti negli attacchi dell’IDF e l’acqua potabile è quasi esaurita: la popolazione allo stremo tra bombardamenti e crisi idrica

Nella Striscia di Gaza la situazione umanitaria ha raggiunto livelli drammatici. Gli ultimi attacchi condotti dall’esercito israeliano hanno provocato la morte di almeno 34 persone, in uno scenario che continua a vedere le forze di difesa israeliane impegnate in operazioni militari prolungate e sempre più letali nei confronti di una popolazione già decimata da mesi di guerra. Le ultime vittime si sommano alle oltre 37.000 registrate da inizio conflitto, secondo quanto riportato dalle autorità sanitarie palestinesi, mentre il numero dei feriti ha ormai superato i 85.000. Nel mirino dei raid ci sono stati ancora una volta i centri di distribuzione degli aiuti umanitari e le zone circostanti, luoghi che in teoria dovrebbero rappresentare un rifugio e una speranza per chi cerca di sopravvivere alla fame e alla sete.


Le incursioni più violente si sono verificate tra Gaza City e Deir al-Balah, nel centro della Striscia, dove l’intensificazione delle operazioni israeliane ha avuto come conseguenza non solo l’aumento delle vittime civili, ma anche l’ulteriore aggravamento della già fragile rete idrica e sanitaria. Gli ospedali, ancora in funzione grazie agli sforzi eroici del personale locale e delle organizzazioni umanitarie internazionali, segnalano una carenza gravissima di acqua potabile. I dati raccolti da ONG e agenzie ONU parlano di una disponibilità ormai prossima allo zero, con appena 2 litri di acqua potabile disponibili al giorno per persona, molto al di sotto del minimo necessario per sopravvivere.


Il collasso idrico è frutto della combinazione tra i bombardamenti alle infrastrutture, il blocco del carburante necessario a far funzionare i dissalatori e la distruzione dei principali pozzi e impianti di pompaggio. L’UNICEF e l’OCHA (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs) confermano che la popolazione della Striscia è ormai in preda a una crisi sanitaria totale. I bambini sono i più colpiti: aumentano le infezioni gastrointestinali, le dermatiti e le malattie legate all’uso di acqua contaminata. Anche l’accesso all’igiene di base è quasi del tutto compromesso. In numerosi campi profughi, migliaia di persone si lavano con acqua di mare o di canali fognari, con effetti devastanti sulla salute pubblica.


A peggiorare ulteriormente il quadro vi è il continuo impedimento al passaggio degli aiuti umanitari. Nonostante le pressioni internazionali, gli operatori sul campo denunciano che l’accesso a Gaza è reso estremamente difficile non solo dai continui combattimenti, ma anche dalle restrizioni imposte ai valichi di frontiera. La zona di Rafah, chiusa da settimane, ha bloccato l’ingresso di rifornimenti fondamentali. Gli aiuti che riescono a entrare dal valico di Kerem Shalom sono insufficienti: la quantità di cibo, acqua e medicinali che ogni giorno raggiunge la Striscia copre appena il 30% del fabbisogno stimato.


L’Alto commissario ONU per i diritti umani ha parlato di “una situazione che sta oltrepassando ogni limite del diritto umanitario internazionale”. Anche Amnesty International e Human Rights Watch hanno chiesto un’indagine indipendente sugli attacchi condotti nei pressi dei centri di distribuzione di aiuti, sostenendo che l’uso eccessivo della forza da parte dell’IDF in aree densamente popolate rappresenta una grave violazione del diritto alla vita. Il governo israeliano, da parte sua, ha difeso l’operato dell’esercito sostenendo che i raid sono mirati a colpire miliziani di Hamas nascosti tra i civili, e che ogni azione è preceduta da valutazioni di intelligence e avvisi preventivi.


La popolazione civile, però, resta intrappolata. Circa 1,7 milioni di persone – l’85% dei residenti originari della Striscia – sono sfollate. La maggior parte vive in tendopoli di fortuna, senza protezione dal caldo, con accesso minimo ai servizi igienici e in condizioni igienico-sanitarie disumane. Il sistema sanitario è al collasso: 26 ospedali su 36 non sono più operativi e quelli rimasti funzionano al minimo, senza elettricità continua e con una carenza cronica di anestetici, antibiotici, garze e persino acqua per disinfettare.

Sul piano internazionale cresce l’imbarazzo e la pressione diplomatica. Gli Stati Uniti hanno ribadito l’appoggio al diritto di Israele a difendersi, ma il segretario di Stato Antony Blinken ha espresso “profonda preoccupazione” per l’aumento dei civili uccisi e per il blocco degli aiuti. Il segretario generale dell’ONU António Guterres ha parlato di “una catastrofe annunciata” e ha invitato il Consiglio di Sicurezza ad agire con urgenza per imporre una tregua umanitaria duratura. Intanto, l’Unione Europea ha convocato una riunione straordinaria dei ministri degli Esteri per discutere un possibile meccanismo di sorveglianza sul passaggio degli aiuti, ma il margine d’azione resta limitato dalla frammentazione interna e dalla necessità di consenso unanime tra i membri.


In parallelo, si continua a discutere dell’eventualità di una missione internazionale per la gestione degli aiuti e la protezione dei civili, ma finora nessuna potenza si è detta disponibile a guidare un’iniziativa che implicherebbe un coinvolgimento diretto in uno dei conflitti più complessi e politicizzati del mondo. Israele mantiene una posizione di chiusura su qualsiasi forma di ingerenza esterna che possa limitare l’autonomia operativa dell’IDF. Hamas, dal canto suo, non mostra segni di cedimento e continua a lanciare razzi verso il territorio israeliano, mantenendo alta la tensione e prolungando l’impasse diplomatica.


Nel mezzo, a pagare il prezzo più alto sono i civili, in particolare donne, bambini e anziani. Mentre le immagini che arrivano da Gaza mostrano cumuli di macerie, corpi sepolti sotto gli edifici crollati e bambini disidratati, la comunità internazionale appare sempre più impotente di fronte a un’emergenza che ha ormai assunto i contorni di una tragedia umanitaria permanente. Il rischio, secondo molte ONG, è che la crisi idrica diventi la miccia di un’ulteriore catastrofe sanitaria, peggiorando un bilancio di vittime già insostenibile. Le richieste di intervento, mediazione e tregua non si traducono, al momento, in alcuna misura concreta che possa salvare vite nell’immediato.

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