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Gaza, 106 morti in 24 ore: i raid israeliani aggravano la crisi umanitaria

La Striscia di Gaza è nuovamente al centro di una tragedia umanitaria, dopo che nelle ultime 24 ore almeno 106 persone hanno perso la vita a causa di intensi attacchi aerei condotti dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF). Il bombardamento più grave ha colpito il campo profughi di Maghazi, nel cuore dell’enclave palestinese, dove secondo fonti sanitarie locali è stata registrata una vera e propria strage di civili. Il Ministero della Sanità di Gaza ha aggiornato il bilancio delle vittime complessive del conflitto in corso, portando il numero totale dei morti a oltre 52.760, mentre i feriti superano quota 85.000.


Il raid su Maghazi è stato uno degli episodi più letali dall’inizio della guerra tra Israele e Hamas, con testimonianze raccolte dalle organizzazioni umanitarie che parlano di corpi rimasti sepolti per ore sotto le macerie, difficili da recuperare per la mancanza di mezzi e carburante. Le immagini diffuse da reporter locali e ONG mostrano interi edifici ridotti in polvere, ambulanze ferme per l’assenza di benzina e operatori sanitari costretti a trasportare i feriti a mano. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha confermato che molti ospedali della Striscia non riescono più a garantire le cure minime per i feriti e i malati, in un contesto ormai descritto come “catastrofico”.


L’esercito israeliano ha avviato una verifica sull’attacco a Maghazi, pur sottolineando che l’operazione mirava a eliminare cellule armate responsabili di lanci di razzi e imboscate ai danni dei propri militari. La portavoce delle IDF ha dichiarato che l’obiettivo dell’esercito resta la “neutralizzazione di Hamas e delle sue infrastrutture militari”, ma ha ammesso che si stanno raccogliendo ulteriori elementi per valutare l’eventuale presenza di errori operativi o danni collaterali imprevisti.


La situazione sul terreno si aggrava giorno dopo giorno. La Protezione Civile di Gaza ha annunciato che il 75% dei propri veicoli di soccorso è fuori uso per l’assenza di carburante, impedendo di fatto qualsiasi intervento efficace nei quartieri più colpiti. Il sistema sanitario è al collasso: molti ospedali funzionano solo parzialmente, mancano medicinali, anestetici e forniture elettriche. Secondo le Nazioni Unite, quasi l’intera popolazione gazawa — oltre 2,3 milioni di persone — ha urgente bisogno di assistenza umanitaria.


Le condizioni igienico-sanitarie sono drammatiche. I centri di accoglienza allestiti nelle scuole dell’UNRWA sono sovraffollati, privi di acqua potabile e senza servizi igienici funzionanti. Il rischio di epidemie è ormai elevatissimo, con focolai di diarrea acuta, malattie respiratorie e infezioni cutanee che si diffondono rapidamente tra bambini e anziani. Secondo il Comitato Internazionale della Croce Rossa, il blocco quasi totale delle forniture ha impedito l’ingresso di attrezzature mediche e generi alimentari per oltre una settimana.


Nel frattempo, i valichi umanitari di Rafah e Kerem Shalom continuano a funzionare in modo intermittente. Le agenzie umanitarie presenti nella regione, tra cui World Food Programme e Médecins Sans Frontières, denunciano gravi difficoltà nel rifornimento dei convogli e una burocrazia sempre più opaca nel rilascio dei permessi di ingresso. L’UNICEF ha lanciato un appello per la protezione dei bambini, dichiarando che almeno 14.000 minori sono stati uccisi dall’inizio delle ostilità e che decine di migliaia vivono in stato di grave deprivazione.


Sul piano diplomatico, la comunità internazionale moltiplica gli appelli per un cessate il fuoco immediato. Gli Stati Uniti hanno chiesto a Israele di limitare i raid nelle aree densamente popolate e di consentire una finestra di accesso umanitario di almeno 72 ore. L’Unione Europea ha ribadito la necessità di una tregua umanitaria e ha chiesto una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per discutere della crisi a Gaza. Tuttavia, nonostante gli appelli, la tensione resta alta e le operazioni militari proseguono su più fronti.


Il governo israeliano continua a difendere la propria strategia militare come “necessaria alla sicurezza nazionale”, soprattutto dopo gli attacchi missilistici lanciati da Hamas contro Tel Aviv, Ashkelon e Beer Sheva. Tuttavia, secondo numerosi analisti, l’intensificarsi dei raid e l’alto numero di vittime civili rischia di isolare ulteriormente Israele sul piano internazionale e di acuire la frattura già profonda tra le due popolazioni.


In questo scenario, la popolazione civile di Gaza resta intrappolata in una spirale di violenza e disperazione, privata dei beni essenziali, del diritto alla salute e della possibilità di fuggire. I tentativi di mediazione da parte di Egitto, Qatar e Turchia proseguono a rilento, ostacolati dalla sfiducia reciproca e dall’assenza di garanzie concrete per un cessate il fuoco duraturo. La macchina umanitaria è ormai al limite, mentre i raid e le esplosioni continuano a scandire il ritmo quotidiano di una delle peggiori crisi del Medio Oriente degli ultimi decenni.

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