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G7 2024 senza dichiarazione finale congiunta: divergenze su Ucraina, Gaza e relazioni globali indeboliscono la voce dell’Occidente

Per la prima volta dopo anni di vertici internazionali segnati da una sostanziale coesione narrativa tra le principali potenze industrializzate dell’Occidente, il G7 in programma a Borgo Egnazia, in Puglia, si concluderà senza una dichiarazione finale congiunta. Una scelta formale che rivela divergenze profonde tra i Paesi membri, in particolare sulle strategie da adottare in relazione alla guerra in Ucraina, al conflitto israelo-palestinese, al ruolo della Cina nell’economia globale e alla necessità di una nuova governance multilaterale. Il governo italiano, che detiene quest’anno la presidenza di turno, ha comunicato ufficialmente che al termine del vertice i leader rilasceranno comunicati individuali o tematici, rinunciando al tradizionale documento condiviso.


La decisione non è frutto di improvvisazione. Secondo fonti diplomatiche raccolte da Il Sole 24 Ore, già nelle settimane precedenti al summit erano emerse profonde fratture tra alcuni dei partecipanti, in particolare tra Stati Uniti, Francia e Germania da un lato, e Giappone, Canada e Regno Unito dall’altro, con l’Italia impegnata in un ruolo di mediazione. Le difficoltà si sono concentrate soprattutto sull’elaborazione di un linguaggio comune sulle priorità strategiche, a partire dalla gestione del conflitto in Ucraina, dove crescono i dubbi sulla sostenibilità del sostegno militare a lungo termine.


Washington preme per un’escalation delle forniture militari e un rafforzamento della pressione economica sulla Russia, mentre Parigi e Berlino, pur allineate nella condanna dell’invasione, iniziano a mostrare segni di stanchezza e invocano uno “spazio diplomatico” che al momento non esiste. Il Regno Unito spinge per il mantenimento delle sanzioni ad oltranza, mentre il Giappone ha chiesto di limitare i riferimenti bellici nel documento finale, preoccupato per le conseguenze sui rapporti commerciali nell’area dell’Asia-Pacifico. In questo contesto, l’Italia si è trovata a gestire una pluralità di posizioni contrastanti, senza riuscire a ricondurle a sintesi.


Ancora più divisiva è stata la questione del Medio Oriente. L’impossibilità di trovare una linea condivisa sulla guerra a Gaza ha compromesso ulteriormente la possibilità di redigere una dichiarazione comune. Gli Stati Uniti difendono la posizione israeliana e continuano a garantire un appoggio incondizionato al governo Netanyahu, mentre Francia e Canada hanno chiesto un maggiore equilibrio nei toni e l’inclusione di un chiaro appello al cessate il fuoco. L’Italia, dal canto suo, ha cercato di inserire nella bozza una clausola sulla protezione dei civili e sul ruolo dell’ONU, ma senza successo. I punti di rottura sono apparsi insormontabili già durante le riunioni tecniche tra sherpa e delegazioni ministeriali.


A complicare ulteriormente il quadro è intervenuta la discussione sul rapporto con la Cina, su cui permangono visioni profondamente divergenti. Gli Stati Uniti hanno spinto per un atteggiamento di contenimento, con riferimenti espliciti al rischio di dipendenza industriale e tecnologica, alla minaccia per la sicurezza delle catene di approvvigionamento e al sostegno implicito di Pechino alla Russia. L’Unione Europea, invece, ha chiesto un approccio più cauto e cooperativo, sottolineando l’importanza della Cina come partner commerciale e la necessità di evitare una nuova guerra fredda. Il Canada si è schierato su posizioni più intransigenti, mentre il Giappone ha insistito per una maggiore attenzione all’equilibrio strategico nell’Indo-Pacifico.


Anche le tematiche globali – clima, sicurezza alimentare, sviluppo sostenibile – non hanno trovato un terreno di convergenza sufficiente per un documento unitario. Le divergenze sulle modalità di finanziamento per la transizione energetica, il nodo delle responsabilità storiche sulle emissioni, e le tensioni tra paesi G7 e Sud globale emerse nei summit preparatori hanno ulteriormente alimentato lo stallo. Il Global South ha chiesto maggiori garanzie sull’accesso ai fondi per il clima e una rappresentanza più equa nei forum internazionali, ma il G7 ha faticato a formulare proposte concrete e condivise.


L’assenza di una dichiarazione finale congiunta rappresenta un segnale politico rilevante, che riflette il mutamento degli equilibri interni al blocco occidentale e la crescente difficoltà di mantenere una linea unitaria in un contesto geopolitico frammentato. Non si tratta solo di una formalità saltata, ma di un’indicazione precisa sul grado di coesione – o di disgregazione – dei paesi che da decenni si propongono come guida del sistema multilaterale. Anche sul piano della comunicazione pubblica, il rischio è che l’assenza di un messaggio unico rafforzi la percezione di debolezza del fronte occidentale, soprattutto nei confronti di attori globali come Cina, Russia e India, sempre più assertivi nelle sedi internazionali.


Dal punto di vista italiano, il mancato accordo sulla dichiarazione finale può essere letto anche come un segnale delle difficoltà della presidenza Meloni a gestire una complessità diplomatica inedita. Pur mantenendo una linea di equilibrio tra gli alleati, il governo italiano non è riuscito a imporre una sintesi, né a rafforzare una propria posizione autonoma in grado di mediare tra le tensioni. Resta ora da capire quale sarà la formula scelta per chiudere il vertice: si ipotizza una serie di dichiarazioni tematiche separate – su Ucraina, clima, sviluppo, Medio Oriente – oppure un documento “a presidenza”, che raccoglierà i risultati dei lavori senza assumere il carattere vincolante o rappresentativo dell’intero gruppo.


L’effetto simbolico di questa assenza è tutt’altro che secondario. In un mondo sempre più multipolare, segnato da conflitti ibridi e competizioni sistemiche, la mancata capacità del G7 di parlare con una sola voce rischia di indebolire l’efficacia delle sue decisioni, di compromettere la fiducia tra i partner e di rafforzare la narrazione, promossa da altri attori globali, di un Occidente diviso e in declino. Il vertice di Borgo Egnazia, invece di essere un momento di rilancio, rischia così di essere ricordato come il punto di svolta verso un progressivo scollamento delle grandi democrazie industriali di fronte alle sfide del XXI secolo.

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