Fuga dei pensionati dall’Italia: il “buen retiro” all’estero non è più solo questione fiscale
- piscitellidaniel
- 14 ott 2025
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Nel panorama demografico e sociale italiano si sta profilando un fenomeno che suscita attenzione e preoccupazione: la crescente migrazione dei pensionati dall’Italia verso l’estero, in cerca non soltanto di vantaggi fiscali, ma di maggiore qualità della vita, servizi migliori, clima più favorevole e un contesto sociale meno gravoso. Un tempo, molti emigrati italiani ritornavano nella patria per trascorrere gli ultimi anni, ma oggi accade l’opposto: l’Italia perde, tra le sue file più anziane, cittadini che decidono di trasferirsi stabilmente altrove.
Secondo un rapporto recente dell’INPS, tra il 2011 e il 2019 il numero di pensionati italiani che si trasferiscono all’estero è cresciuto costantemente: la linea tendenza passa da circa 10 a oltre 20 emigrati ogni 100.000 pensionati. I motivi addotti includono condizioni fiscali più vantaggiose, un clima migliore e una qualità della vita percepita come superiore. Nel 2024 l’Italia contava circa 228.600 pensionati all’estero, dei quali quasi 38.000 avevano svolto l’intera carriera professionale in Italia.
Dietro queste cifre si nascondono storie di scelte personali e disillusioni. Un pensionato settantaquattrenne, dopo aver vissuto molti anni nel mondo della consulenza a Milano, ha scelto la Svizzera romanda come nuova base di vita dal 2016. Non è stato spinto primariamente da ragioni fiscali — egli sostiene che il carico tributario non sia poi così diverso — ma da un desiderio di vivere in un contesto con servizi più affidabili e una società meno conflittuale. Un’altra testimonianza viene da Lisbona, scelta da un ex professionista per imparare una nuova lingua, immergersi in una cultura più accogliente e trovare un equilibrio esistenziale che in Italia gli sembrava compromesso.
Le motivazioni che spingono alla migrazione non sono quindi univoche. C’è il richiamo delle condizioni economiche — dove scegliere un paese con imposte proporzionalmente più leggere può fare la differenza — ma c’è anche una componente emotiva e psicologica: molti pensionati parlano del desiderio di sentirsi stimati, piacevolmente integrati, non alienati da un sistema che percepiscono come caratterizzato da favoritismi, inefficienza e stagnazione. In alcune interviste emerge un senso di “disillusione” nei confronti della classe politica, dell’aumento dei balzelli, dell’inequità fiscale e delle promesse politiche non mantenute.
Tra le destinazioni più citate figurano Portogallo, Grecia, Tunisia e Albania, che combinano un costo della vita più basso, disponibilità climatica e, in molti casi, normative che agevolano i pensionati stranieri, soprattutto quelli autosufficienti. La Tunisia, in particolare, ha visto crescere il numero di italiani residenti da circa 3.500 a quasi 7.000 nell’arco di dieci anni, mentre l’Albania ha registrato un aumento della migrazione pensionistica: tra il 2021 e il 2023 il numero di emigrati per 100.000 pensionati residenti in Italia è passato da 2 a oltre 20.
Anche la composizione demografica del fenomeno ha mutato segno: se un tempo le donne costituivano la maggioranza tra i pensionati emigrati, oggi gli uomini rappresentano circa il 61 % del totale. Questo cambiamento riflette probabilmente scelte legate alla sicurezza, all’autonomia economica e alle preferenze personali nella definizione del luogo di vita nella vecchiaia.
Questa migrazione degli anziani ha riflessi sui sistemi pubblici italiani: si tratta di soggetti che, sebbene fiscali contribuenti per gran parte della loro vita, cessano di essere cittadini attivi nel loro Paese d’origine per usufruire dei servizi sociali. Il fenomeno solleva interrogativi ovunque, dalle politiche previdenziali all’attrattiva territoriale, all’adeguatezza dei servizi sanitari e assistenziali per chi resta.
Se l’Italia vuole contrastare questo esodo silenzioso, deve affrontare il tema del “rinnovo della qualità dello stare” in modo strutturale. Non bastano sgravi fiscali: servono investimenti nei servizi pubblici, nelle infrastrutture sanitarie, nella efficienza amministrativa, nella coesione sociale e nel rispetto dei diritti. In tal senso, la sfida non è soltanto arrestare la fuga, ma trasformare il Paese in un luogo in cui si voglia restare fino all’ultimo giorno.

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