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FMI, il debito pubblico globale verso il 100% del PIL entro il 2029: cresce l’allarme sui rischi di sostenibilità

Il Fondo Monetario Internazionale ha diffuso una nuova analisi che lancia un segnale inequivocabile: il debito pubblico mondiale è destinato a superare la soglia psicologica del 100% del prodotto interno lordo entro il 2029. Si tratta di un livello mai registrato in tempi di pace, che rappresenta la somma di anni di crisi successive e politiche fiscali espansive adottate per far fronte a emergenze sanitarie, energetiche e geopolitiche. La crescita dei debiti sovrani non accenna a rallentare, nonostante la ripresa economica appaia fragile e la politica monetaria restrittiva stia comprimendo la capacità di spesa di molti Stati.


Secondo le stime del Fondo, già nel 2024 il debito pubblico complessivo dei governi ha raggiunto circa il 93% del PIL globale, pari a oltre 100mila miliardi di dollari. Il peggioramento previsto nei prossimi anni è legato non solo all’aumento dei costi di finanziamento, ma anche al progressivo aumento delle spese correnti. La combinazione di invecchiamento demografico, rallentamento della produttività e costi crescenti per la difesa, la sanità e la transizione energetica esercita una pressione crescente sui bilanci pubblici.


Il Fondo segnala come la traiettoria attuale sia insostenibile nel medio termine se non accompagnata da una svolta nelle politiche fiscali. Molti governi hanno adottato misure temporanee per sostenere famiglie e imprese, ma non hanno ancora definito strategie credibili di consolidamento. In parallelo, i tassi di interesse rimangono alti e riducono gli spazi di manovra, mentre la crescita economica globale si è stabilizzata su ritmi inferiori al 3%. Ciò significa che, senza una correzione sostanziale, il debito tenderà a crescere più rapidamente del reddito prodotto, alimentando un circolo vizioso difficile da invertire.


Il peso maggiore è concentrato nelle economie avanzate, che da sole rappresentano circa i due terzi del debito globale. Gli Stati Uniti restano il principale contributore, con un rapporto debito/PIL che sfiora il 130% e un deficit annuale superiore al 6% del prodotto interno lordo. Anche in Europa la situazione resta complessa: Francia, Spagna e Italia continuano a registrare disavanzi strutturali elevati, mentre la Germania, pur mantenendo margini di stabilità, si trova a dover finanziare investimenti straordinari per la difesa e la transizione verde.


Il Fondo mette in guardia anche i Paesi emergenti, sempre più esposti a rischi di rifinanziamento e alla volatilità dei capitali internazionali. In molti casi, le emissioni in valuta estera espongono i bilanci pubblici a un rischio doppio: l’aumento del costo del debito e il deprezzamento della moneta nazionale. Alcune economie dell’Africa subsahariana e dell’America Latina risultano già prossime a condizioni di insolvenza parziale o a severe restrizioni di accesso ai mercati finanziari.


L’istituzione di Washington invita i governi a ricostruire “cuscinetti fiscali”, cioè margini di sicurezza nei conti pubblici, riducendo progressivamente il disavanzo primario e indirizzando la spesa verso settori produttivi. Viene raccomandata una combinazione di riforme strutturali e politiche fiscali mirate, con un’attenzione particolare alla qualità della spesa più che alla quantità. L’aumento del gettito fiscale, secondo il Fondo, dovrebbe derivare da un miglioramento dell’efficienza amministrativa e dal contrasto all’evasione, evitando manovre recessive che frenerebbero la crescita.


Un altro elemento di preoccupazione è la crescita della componente di interessi sul debito. In molte economie avanzate, gli oneri per il servizio del debito hanno raggiunto livelli che non si vedevano da oltre vent’anni, assorbendo risorse che potrebbero essere destinate a investimenti strategici. Questa dinamica rischia di generare un effetto di “crowding out”, in cui la spesa per interessi riduce la possibilità di finanziare istruzione, ricerca e infrastrutture, pilastri fondamentali per la crescita di lungo periodo.


L’analisi del Fondo si concentra anche sul ruolo delle banche centrali. Dopo anni di politiche espansive, l’aumento dei tassi di interesse deciso per contenere l’inflazione ha aggravato la posizione dei debitori pubblici. Gli effetti di questa stretta monetaria non si sono ancora completamente trasmessi ai bilanci sovrani, ma secondo le previsioni il pieno impatto si manifesterà tra il 2026 e il 2028, quando molte emissioni a tasso fisso dovranno essere rinnovate a condizioni più onerose.


Nel suo rapporto, l’organizzazione internazionale richiama i governi alla responsabilità, avvertendo che l’inerzia può generare instabilità finanziaria e ridurre la fiducia degli investitori. La crescita del debito non è di per sé un problema, purché sia accompagnata da una crescita economica sostenuta e da una gestione trasparente delle finanze pubbliche. Ma in assenza di un piano credibile, l’aumento del debito globale rischia di rappresentare una minaccia concreta per la stabilità economica internazionale.


L’orizzonte delineato dal Fondo Monetario Internazionale impone quindi una riflessione profonda sul modello di sviluppo degli Stati e sull’equilibrio fra spesa sociale, investimenti pubblici e disciplina fiscale. Il superamento del 100% del rapporto debito/PIL non è solo una cifra simbolica, ma il segnale di una nuova fase in cui la politica economica mondiale dovrà trovare un equilibrio tra necessità di crescita e sostenibilità del debito.

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