Fideuram, la frode con WhatsApp e voce artificiale lascia 36 milioni da recuperare
L’inchiesta ricostruisce trasferimenti per circa 95 milioni; una parte delle somme è stata bloccata.
Un falso messaggio WhatsApp attribuito all’amministratore delegato della capogruppo e una telefonata con una voce che sarebbe stata riprodotta mediante intelligenza artificiale sono al centro dell’inchiesta su una frode ai danni di Fideuram. Secondo la ricostruzione giornalistica, l’allora presidente Paolo Molesini fu indotto a disporre trasferimenti per circa 95 milioni di euro verso conti esteri. Una parte consistente delle somme è stata fermata o recuperata; circa 36 milioni risultano ancora da rintracciare.
La vicenda risale a febbraio 2026 ed è emersa pubblicamente il 25 settembre. Chi ha organizzato il raggiro avrebbe sfruttato l’identità apparente di persone conosciute dalla vittima e la credibilità di una presunta operazione riservata. Dopo il messaggio sarebbe arrivata una chiamata contraffatta, seguita dalle istruzioni per i pagamenti. La presenza di nomi familiari e la simulazione della voce hanno reso più persuasiva la richiesta, secondo gli elementi raccontati dai giornali.
I controlli interni hanno generato un’allerta. Una banca cinese ha bloccato e restituito una tranche di 40 milioni; gli inquirenti hanno poi sequestrato ulteriori somme in Portogallo. Il denaro non recuperato sarebbe stato convertito in criptoattività, circostanza sulla quale proseguono gli accertamenti. È essenziale distinguere l’importo inizialmente disposto dalla perdita ancora potenziale: parlare di 95 milioni definitivamente scomparsi traviserebbe lo stato delle indagini.
Il caso mostra quanto le frodi basate sull’impersonificazione possano colpire anche strutture con procedure di controllo. Per le organizzazioni finanziarie, la verifica indipendente di istruzioni straordinarie, soprattutto quando invocano riservatezza e urgenza, resta un punto operativo cruciale. L’inchiesta dovrà accertare ruoli, destinazione delle somme e possibilità di ulteriori recuperi; le persone citate nella ricostruzione sono vittime dell’inganno, non autori della frode.






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