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Energia russa, nuove sanzioni secondarie: Mosca avverte che non cambierà posizione

La decisione di introdurre nuove sanzioni secondarie contro chi acquista energia dalla Russia ha riacceso le tensioni internazionali sul fronte economico e geopolitico. L’annuncio, proveniente da ambienti occidentali, mira a ridurre ulteriormente le entrate del Cremlino derivanti dalla vendita di petrolio e gas, colpendo non solo Mosca ma anche i Paesi e le imprese che continuano a intrattenere rapporti commerciali con la Federazione russa. La risposta del governo russo non si è fatta attendere: “Non ci faranno cambiare posizione”, hanno dichiarato fonti vicine al Cremlino, ribadendo la volontà di proseguire sulla strada intrapresa.


Le cosiddette sanzioni secondarie hanno un impatto potenzialmente più ampio rispetto a quelle dirette, perché colpiscono anche soggetti terzi, ossia banche, compagnie assicurative e operatori logistici che facilitano le transazioni. L’obiettivo è quello di rendere più difficile e costoso per Mosca esportare energia, riducendo così le entrate fondamentali per finanziare la macchina statale e l’impegno militare. In questo modo, Washington e Bruxelles cercano di esercitare una pressione maggiore non solo sulla Russia, ma anche sui Paesi che, nonostante le restrizioni, continuano a comprare greggio e gas naturale russi.


Tra i mercati maggiormente osservati ci sono India, Cina e Turchia, che negli ultimi due anni hanno aumentato gli acquisti di idrocarburi russi approfittando dei prezzi scontati. Queste nazioni hanno più volte ribadito la volontà di mantenere rapporti energetici con Mosca, sottolineando la centralità delle forniture russe per le proprie economie. L’introduzione di sanzioni secondarie rischia di creare frizioni diplomatiche significative, in particolare tra Stati Uniti e India, partner strategico in Asia ma al tempo stesso grande importatore di petrolio russo.


Dal punto di vista economico, le misure potrebbero incidere sul sistema finanziario internazionale. Le banche che processano pagamenti legati al commercio energetico russo potrebbero trovarsi di fronte alla scelta tra continuare a operare con Mosca o mantenere l’accesso al sistema finanziario occidentale. Lo stesso vale per le compagnie di navigazione e assicurazione, spesso europee, che giocano un ruolo cruciale nel trasporto del greggio. Questo meccanismo di pressione ha già funzionato in parte, riducendo il numero di operatori disponibili e complicando la logistica delle esportazioni russe.


Mosca, tuttavia, ha cercato di adattarsi costruendo una propria rete di trasporto e assicurazione, nota come “flotta ombra”, che le consente di continuare a esportare grandi volumi di petrolio aggirando le restrizioni. Nonostante gli sforzi occidentali, le entrate energetiche hanno continuato a rappresentare una quota importante del bilancio statale russo. L’aumento dei prezzi del petrolio sui mercati globali ha in parte compensato la riduzione delle quantità esportate verso l’Europa, permettendo al Cremlino di mantenere un flusso di ricavi considerevole.


La posizione ufficiale della Russia rimane intransigente. Secondo le dichiarazioni del ministero degli Esteri, le nuove misure non cambieranno l’approccio politico di Mosca, né sul fronte interno né su quello internazionale. Al contrario, potrebbero rafforzare la convinzione che l’Occidente stia utilizzando lo strumento economico come arma di pressione politica, consolidando così il consenso interno attorno alla leadership del Cremlino.


Sul piano geopolitico, la partita si gioca anche all’interno dell’OPEC+ e nelle relazioni con i grandi produttori mondiali. Mosca, insieme all’Arabia Saudita, ha svolto un ruolo di primo piano nella gestione dei tagli alla produzione per sostenere i prezzi del greggio. Le nuove sanzioni potrebbero spingere la Russia a rafforzare ulteriormente le alleanze energetiche alternative, consolidando il proprio legame con i Paesi non allineati alla politica sanzionatoria occidentale.


Gli analisti sottolineano che la sfida non è solo economica, ma anche politica. L’Occidente punta a ridurre le risorse finanziarie della Russia, nella convinzione che questo possa limitare la sua capacità di sostenere l’impegno bellico e condizionare le scelte strategiche del Cremlino. Mosca, al contrario, intende dimostrare che è in grado di resistere e di trovare sbocchi alternativi, presentandosi come un partner affidabile per quei Paesi che non accettano la logica delle sanzioni.


La questione delle sanzioni secondarie solleva infine interrogativi sulla stabilità del mercato energetico globale. Se da un lato l’obiettivo è ridurre i ricavi russi, dall’altro si rischia di ridurre l’offerta complessiva di petrolio e gas, alimentando nuove pressioni sui prezzi internazionali. Per i Paesi importatori, soprattutto in Europa, questo scenario rappresenta una sfida ulteriore, dopo due anni di difficoltà legate alla diversificazione delle fonti di approvvigionamento e alla ricerca di alternative al gas russo.


Il braccio di ferro sulle risorse energetiche si conferma quindi uno dei fronti più delicati del confronto tra Russia e Occidente. Le sanzioni secondarie, se applicate con rigore, potrebbero effettivamente indebolire la capacità di Mosca di commerciare liberamente. Ma la reazione del Cremlino e le possibili risposte dei Paesi terzi dimostrano che la partita è tutt’altro che chiusa e che le conseguenze rischiano di andare ben oltre i confini della Russia e dell’Europa.

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